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Piano vs Piranesi

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Vorrei spendere due parole riguardo alla polemica che è sorta attorno all’Auditorium di Renzo Piano.

La diatriba tra pro e contro poteva essere interessante, ma per come si è svolta – specie negli ultimi giorni – non è stata degna di un confronto culturale e democratico.

Si sono mobilitati, infatti, importanti nomi dell’urbanistica (forse pretestuosamente), noti tecnici regionali ed ormai defilati personaggi dell’opposizione politica.

I primi avevano sicuramente il diritto e le capacità per esprimersi sul concetto generale di “localizzazione del contemporaneo”, ma non sui problemi di una città che non abitano.

I secondi, invece, proprio perché vivono quotidianamente i nostri stessi disagi, non avrebbero dovuto cavalcare la polemica, ma avrebbero dovuto cogliere l’occasione per spiegare agli illustri urbanisti i reali problemi connessi alla ricostruzione di una città distrutta, stimolando più proficui confronti.

Gli ultimi, o per meglio dire l’ultimo, forse avrebbe dovuto/potuto porre un freno al livore che sempre contraddistingue le sue critiche verso il suo bersaglio preferito.

La presunta responsabilità del Sindaco sul dirottamento della proposta di intervento di Renzo Piano, dalla riqualificazione morbida di un quartiere del Centro Storico alla scelta dell’Auditorium, è stata smentita dallo stesso architetto che ha riferito di “più alti” dinieghi – vedi: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/05/renzo-piano-il-mio-auditorium-per-restituire.html?ref=search

Dopo questo doveroso prologo vorrei dire la mia sulla localizzazione dell’Auditorium in una città terremotata e sofferente per i ritardi della ricostruzione – perché impostata secondo il fallimentare Modello Abruzzo -, in cui si è sperimentata ben altra localizzazione di temporaneità edilizia (vedi progetto C.A.S.E.), dove però ancora vive, accanto alla volontà di riscatto e di rinascita, il rifiuto per tutto ciò che è “novità”.

I terremoti sono eventi sicuramente più rapidi della antropizzazione storica di un territorio, ma entrambi hanno come effetto la modifica del territorio stesso.

Il terremoto aquilano del 1703 ha completamente stravolto la città facendole perdere la sua immagine tre/quattrocentesca in luogo di quella tardo-settecentesca che oggi è il connotato del nostro cento storico.

Pensiamo a quanto fu diverso il modo di ricostruire dell’epoca: i superstiti di quel terremoto erano abituati a case semplici di due, massimo tre piani fuori terra e a residui di fuochi trecenteschi con annesso orto posteriore per il primo sostentamento.

I ricostruiti palazzi settecenteschi secondo il “gusto dell’epoca” – per via anche dell’acquisita evoluzione commerciale della città -, l’imbarocchimento degli edifici di culto, come ad esempio la basilica di Collemaggio, stridevano con le abitudini degli aquilani, ma erano il segno del tempo che correva e del vento del “barocco romano” che circa 20 anni prima aveva perso l’ultimo dei suoi più illustri rappresentanti, Gian Lorenzo Bernini.

Oggi però, mi si dirà, il centro storico, pur nella diversità delle forme, delle dimensioni e delle epoche, è percepito in maniera uniforme grazie al minimo comune denominatore della calce e della pietra.

Sono solo i materiali, però, che ci tranquillizzano e che legano diversità enormi; è la riconoscibilità degli elementi componenti (la finestra modanata, il portone di legno, il tetto con i coppi, i selciati delle strade) che non ci fa percepire gli accostamenti stridenti di epoche diverse.

È questo che oggi accende le polemiche sul “regalo” di Piano e di Trento alla città: la discontinuità materica, l’audacia del disequilibrio, la novità del segno dell’edificio.

Il divario con i tessuti storici o storicizzati oggi è più visibile e l’unica causa è la tecnologia e l’impiego di materiali innovativi, ma l’accostamento non è meno violento di allora.

Soffermiamoci per un momento su altri e più ingombranti esempi di architettura avulsi dal contesto paesaggistico ed urbano e che sono stati sotto i nostri occhi per anni.

Ve lo ricordate il cosiddetto Vicolaccio? Unica penetrazione degli anni settanta da Piazza Fontesecco fino al cuore del centro città?

Mi chiedo come si organizzeranno i progettisti incaricati della riparazione di quegli edifici.

Concerteranno un univoco intervento nella globalità di un piano d’area o ognuno riproporrà il “doveracomera” restituendoci soltanto le stesse brutture imbellettate e impecettate?

Sarebbe auspicabile che i detrattori di Piano si interessassero anche di questo.

Disquisire sullo scempio che il progetto C.A.S.E. ha perpetrato a Camarda, per esempio, è come sparare sulla croce rossa, ma non mi risulta che nessuno degli urbanisti di fama abbia mai protestato in proposito.

Piazzale delle Medaglie d’Oro ed il verde disegnato da Tian, pensato come un haussmaniano cono ottico verso il castello e poi di fatto ridotto a ricovero di gente “persa” dietro notti brave, credo possano essere sacrificati per la sovrapposizione della nuova opera.

L’accostamento tra antico e moderno non è solo possibile, ma è doveroso soprattutto in una città distrutta come la nostra.

Pensiamo alla Piramide di Pei nel cortile del Louvre (1989), pensiamo al Centro Nazionale d’Arte e di Cultura Georges Pompidou (1977) costruito accanto ad una cattedrale gotica a Parigi oppure alla

piazza del Mercato di S. Caterina coperta da Miralles a Barcellona.

L’Architettura con la A maiuscola non si può rifiutare.

Vorrei che L’Aquila diventasse una nuova Bilbao, città nata da un unico progetto d’Architettura senza grosse programmazioni urbanistiche a monte.

Vorrei che quella schifezza del ponte di Belvedere venisse riprogettata da Calatrava.

Vorrei che i professionisti del Vicolaccio o di quartieri come Santa Croce decidessero di abdicare offrendosi di collaborare con intuiti del calibro di Piano e di Souto de Moura per regalare a noi aquilani e al resto del mondo pezzi di contemporaneità, nuovi monumenti accanto a quelli vecchi finalmente restaurati per sancire la ricostruzione di una città che risorge nel terzo millennio.

Al bando gli imbalsamatori, al macero le obese opinioni di conservazione a tutti i costi dello scorcio della “bella rovina” piranesiana!

[i]F.S.[/i]

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