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‘Il Gran Tremore’: il terremoto nella letteratura

Letteratura e terremoti: il nascosto [i]fil rouge[/i] che lega le varie epoche alla nostra

Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della pagina di un libro?” (Castelli di Rabbia, A. Baricco): così recita lo slogan di quest’anno della manifestazione Volta la Carta, arrivata alla seconda edizione. Numerosi gli eventi disseminati nell’arco di questa settimana dedicata alla letteratura, fra cui l’interessante conferenza, o «chiacchierata fra amici su argomenti che stanno a cuore», come l’ha definita il relatore stesso, di Raffaele Morabito, docente ordinario presso la facoltà di lettere dell’università dell’Aquila, che ha dato voce al discusso tema de “Il Gran Tremore”, titolo del suo nuovo libro, affrontato in vari momenti letterari e nelle opere di diversi scrittori. Una conferenza impostata come una lezione universitaria, un viaggio tra i pensieri dei grandi della letteratura che hanno parlato del nemico delle genti, simbolo della natura indomita, il [i]terrae motus[/i].

«Un lavoro che ha svolto una funzione liberatoria». Così il professore descrive il suo libro, raccontando di come nel giorno nefasto per la popolazione aquilana, lui non era in città. «Occuparmi di terremoti – spiega – mi è servito personalmente per elaborare questo tremendo lutto che ha colpito la città. Volevo vedere cosa il terremoto è stato nell’immaginario comune che ha dato voce a tanta letteratura. Palazzo Ardinghelli, ad esempio. Tutte le volte che lo scorgevo, mi dicevo: questa sarà la mia residenza, poi qualcuno purtroppo mi ha preceduto. Rinnovo comunque l’invito a superare questo momento e guardare sempre avanti».

Il docente ha preso le mosse da una toccante testimonianza di Isaac Singer, autore ebreo, custodita tra le pagine del suo romanzo [i]La distruzione di Kreshev[/i], che vede come affabulatore [i]sui generis[/i] il Diavolo in persona e racconta come una giovane vergine venga costretta dal marito ad abbandonarsi all’adulterio. Al momento decisivo della vicenda, la premonizione dell’evento funesto viene causata dal terremoto; ovviamente ciò riporta alla concezione di quest’ultimo come presagio di sventura e disastri.

Per non parlare del libro di Isaia dove è narrata la predizione che Isaia stesso fa della distruzione della città di Gerusalemme: nel capitolo 29, versetto 6, è infatti descritto l’avvento di un terremoto, come nefasto preannuncio della completa rovina della città.

«Altre volte – commenta il professore – il terremoto è stato vissuto come manifestazione della presenza divina; pensiamo a uno dei terremoti più famosi, quello che accompagna la morte di Cristo, o ai numerosi terremoti che si succedono nell’Apocalisse di Giovanni. E ancora, un terremoto si verifica quando, nell’antica Roma, stanno per cominciare le guerre civili descritte da Lucano, e anche qui non è affatto storico, ma pura ideazione letteraria. Potremmo anche riallacciarci all’epoca di Giustiniano, quando il terremoto stava a significare la semplice e pura ira divina e quindi v’era anche la necessità di cerimonie espiatorie».

«L’idea che il terremoto sia una sorta di punizione nei confronti degli uomini peccatori trova conferma, ad esempio, in Petrarca, l’antesignano del Rinascimento: in una delle sue lettere senili l’evento tellurico sembra essere causato dalle umane scelleratezze. A volte però, il terremoto, di contro, è stato considerato dai letterari come segno di benevolenza divina; dice infatti l’autore Francesco Maria Rampazzi, nel suo [i]Discorso Fisico e Morale sul terremoto[/i] (1703) che quando capitano queste sciagure almeno gli uomini pensano di meno alle passioni».

L’autore Murakami Hauruki, invece, guarda al terremoto come a un’idea di incertezza che si diffonde anche nella mente: l’idea che la terra non sia stabile, che il mondo su cui si fonda il nostro vivere sia incerto e barcollante.

«Fu Aristotele – spiega Morabito – il primo a dare un taglio naturalistico alla considerazione del terremoto nella sua opera [i]Metereologia[/i]; il filosofo portò avanti la convinzione che il sisma fosse causato da venti sotterranei. Visione che è stata ripresa abbondantemente nel corso della storia da numerosi autori come Isidoro da Siviglia o da Lucrezio, nel suo [i]De Rerum Natura[/i]; sino ad arrivare a Tommaso D’Aquino che narra di come “[i]la terra emette un gran respiro[/i]”. Visione di tutto rispetto anche quella di Gorani, che va a descrivere i fenomeni sociali connessi al dramma tellurico: i fatti conseguenti al sisma sono ‘[i]fieri esempi massimamente di ingratitudine[/i]’; dice l’autore sugli eccessi sessuali dei sopravissuti al terremoto: ‘[i]non tacerò la sporca lussuria[/i]’.

«Ricordiamo anche di come nell’anno 1909, all’indomani del terremoto di Messina, venne emesso un decreto che consentì alle donne di adottare i bambini rimasti orfani a causa della tremenda sciagura naturale, ergendosi come tutori dei minori: grande evento questo, se pensiamo al fatto che le donne all’epoca non avevano nemmeno diritto di voto». Eppure è proprio nelle rappresentazioni del sisma novecentesche che forse ritroviamo quel [i]fil rouge[/i] nascosto qua è là, per le vie del tempo infinito: ciò che prevale è proprio l’attenzione ai sentimenti suscitati dall’osservazione dell’evento sismico.

Il docente di letteratura conclude con la citazione di un poeta contemporaneo morto qualche anno fa, Albino Pierro. Fra le sue liriche straordinarie in dialetto lucano ce ne è una dal titolo scevro di equivoci:[i] Il terremoto.[/i] Sfondo della lirica è l’infanzia del poeta e la descrizione di quel sentimento legato al terremoto che aveva racchiuso nei silenzi infantili; testimonianza questa di come il terremoto colpisca molto spesso più l’anima che il corpo, o meglio, che arrechi danni ad entrambi, e di come, dopo la sciagura, dal 2009 anche aquilana, nessuno percepisca questo strano mondo più come prima. (g.c.)

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