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Magari, all’Aquila, Voltare la Carta

di Tiziana Pasetti

In apertura del libro (Dove eravate tutti, Feltrinelli) che Paolo Di Paolo ha presentato ieri sera a Volta la Carta, seconda fiera del libro indipendente e, aggiungerei io, festival della letteratura, c’è una frase di Francesco De Sanctis tratta dalla Storia della letteratura italiana che ben si presta a descrivere la condizione in cui versa questa città.

[i]“I popoli, come gl’individui, nel pendio della loro decadenza diventano nervosi, vaporosi, sentimentali”.[/i]

Mi perdonerà Di Paolo se in questa sede sorvolerò sul suo romanzo e sul suo dotto intervento. Mi perdoneranno Erbani e Dante Bellini e tutti quelli che ieri sono venuti all’Aquila per questo evento eccezionale e, lo dico, incompreso.

L’Aquila città della cultura. Lo vanno sbandierando in ogni dove cittadini e politici. Vogliamo il palcoscenico d’onore del 2019. Un po’ come con la sfilata del 2014 degli alpini (andata, giustamente, a Pordenone). Abbiamo avuto il terremoto, diamine. Che fate, non ci prestate un occhio di riguardo al di là della nostra incapacità organizzativa e partecipativa?

Una città universitaria con migliaia di giovani.

Eppure.

Eppure arrivano autori importanti, il libro di Di Paolo è stato un grande caso editoriale, e seduti in platea ad ascoltarlo eravamo in venti.

Di Paolo è molto giovane, ma chiunque, al di là del dirsi persona di cultura, i libri li pratichi anche, sa che a questo autore dovrà abituarsi. E’ bravo. A dirlo non sono i lettori. A dirlo sono i suoi “colleghi”. Uno, su tutti, che oggi non c’è più: Antonio Tabucchi.

Tutti sono pronti ad accapigliarsi per la passerella di Napolitano e Abbado in occasione dell’inaugurazione dell’auditorium di Renzo Piano, domenica prossima. Tutti vogliono rispolverare il vestito della prima comunione, tutti vogliono riconfermare lo strappo enorme che in questa città è un baratro senza fondo tra borghesucci (ma si credono Dei) e “pezzenti” del popolino. E in effetti, anche ieri, invece di parlare di libri, i non molti avventori si misuravano battibeccando in merito a questo tema piccolo mondo antico.

E’ così difficile e impensabile lasciare per un paio d’ore le baracche di Berlusconi o considerare come meta un luogo diverso dai due centri commerciali che così arretrati non li trovi più nemmeno nel Terzo Mondo?

E come mai, invece, a Torino, in maggio, di aquilani e abruzzesi ce n’erano davvero tanti? Non da soli, certo. Accompagnati da organetto, salsiccette e vinello. L’evento torinese è grande, si dirà. Ma la cultura si costruisce e si parte da a e i o u. Chi di voi abbia frequentato con un minimo di attenzione la scuola elementare dovrebbe saperlo.

I ragazzi, tutti volontari, che da un anno lavorano per questo evento, meriterebbero qualcosa di più.

Meritano una diversa considerazione, anche da parte politica (al di là del solito inutile evento inaugurativo dalla durata di 5 minuti) gli autori che da ogni parte d’Italia all’invito hanno risposto sì. Bisogna dirlo, gratuitamente.

E’ vergognoso il gioco di dispetti trasversali, di censure mediatiche che hanno un sapore disgustoso e muffo, vecchio.

E’ vergognoso. E’ rozzo.

E’ codino.

E’ barbaro.

E’ paesano e localistico.

E’ tutto. Tranne che cultura.

Ci vediamo a Matera, nel 2019.

Città splendida. Viva. Capace.

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