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La partenza e le Quarant’ore di settembre

di Vincenzo Battista

Le valli bianche di brina, nubi che rotolano, si ribaltano, girano su se stesse, si avviluppano e nebbie, basse, brume di vapori, fumi degli accampamenti, foschie: aspettano ancora un po’ per dissolversi, ma sotto il sole, incollate così come sono, al suolo: qualche viola, freddo pungente sulla prateria verde smeraldo: adesso si può vederla, rischiarata dalle piogge, rapide, forti che il vento ha sospinto insieme alle nubi, all’equinozio di autunno e a questo fine settembre, che qui, a Campo Imperatore, è soprattutto “Arcadia”, montagnosa, selvaggia, abitata solo dai pastori, sorprendente, tanto, che dal suo balcone carsico di Vado di Sole con vista sul litorale adriatico, si può “riconoscere” l’odore del mare Adriatico che si insinua, prova a convincere, tra il clima asciutto e i tappeti di erbe aromatiche.

{{*ExtraImg_67092_ArtImgRight_300x392_}}La “Perdonanza”, la loro, doveva forse partire da qui per spostarsi a Castel del Monte, da questi luoghi che si lasciavano, struggenti e inconfessabili scenari sempre in movimento, territori di una luce speciale che si “accende”, spalmata solo in questa regione geografica, mai uguale a se stessa; gli apparati scenici delle montagne venivano, come quinte, ammainati, calati, riposti, e si partiva, si davano le spalle a tutto questo, al pantheon delle divinità naturali, le vette parlanti, le muse ispiratrici, consolatrici e premonitrici disposte su questi 1800 metri, supreme, somme dee lungo i 27 chilometri senza soluzione di continuità, sacre e arcane consigliere, numi tutelari, le uniche che potevano “parlare e dialogare” con loro.

Si abbandonavano, si lasciavano sole a guardia dei templi naturali, si cedeva tutto questo alle montagne diventate Vestali e con la morte nel cuore i pastori partivano.

{{*ExtraImg_67093_ArtImgLeft_300x447_}}Ma prima di tutto le “Quarant’ore”, così veniva chiamato il rituale, il “privilegio” e la penitenza nello stesso tempo concesso ai pastori transumanti il 28 settembre, data ultima, nella chiesa del Suffragio di Castel del Monte, edificio religioso anche per la veglia, per lucrare il rito dell’incubazio: meditazione e attesa, trascendenza e raccoglimento dentro il ciclo delle celebrazioni con l’esposizione e l’adorazione del “Santissimo” mostrato, presentato come reliquia, frammento sacro.

{{*ExtraImg_67094_ArtImgRight_300x444_}}La popolazione dei pastori doveva allora confessarsi, ricevere la comunione dentro le Quarant’ore stabilite dalla liturgia dell’indulgenza e pregare per la sicurezza del lungo viaggio di quindici giorni a piedi con le greggi, lungo la spirale tortuosa della transumanza e anche per le famiglie che si lasciavano, e pregare, per la condizione di molti di loro, schiavi, derelitti, senza diritti, al servizio di massari e armentari, senza paga se non solo il solo sostentamento nel lavoro che veniva ricambiato con poco pane e qualche goccia di olio, dovevano anch’essi “purificarsi”, come ha scritto il poeta Francesco Giuliani.

Non più sacrifici di animali quindi alle divinità lungo le [i]calles[/i] o [i]viae pubblicae[/i] (i tratturi) per renderli sicuri, privi di rischi, protetti, come indicava Varrone (epoca repubblicana), teorico dell’allevamento e proprietario di greggi, dalla sabina all’Amiternino e poi verso le Puglie; ma restava pur sempre il giorno del distacco, invariato, da secoli, del commiato lungo il viaggio dell’imprevisto, che separava gli uomini dalle cose, disuniva, come l’equinozio di autunno, ma non per sempre.

[i](Terza e ultima puntata)[/i]

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