Quantcast

Grano e farina per la sposa di settembre

di Vincenzo Battista

Otto coperte miste, un materasso a due piazze, un saccone o pagliericcio, 8 vestiti di lana, 4 cuscini, 19 sottovesti di lana, 11 paia di lenzuola, 12 paia di calze da donna di lana e 8 da uomo, sempre di lana; 30 asciugamani, 15 federe, 2 cappotti, 10 paia di mutande, 3 servizi da tavola, 25 canovacci da cucina, 12 camicie da notte, 5 paia di scarpe, una conca di rame, una macchina da cucire; poi bisognava girare la pagina del contratto dotale (la dote nuziale), sottoscritto negli anni ’40, per continuare a leggere la lista, la “roba” della sposa.

Molto tempo prima alcuni membri della famiglia avevano già fissato modalità, comportamento, cerimoniale e data di nozze, decisa dai genitori degli sposi e dai fratelli.

{{*ExtraImg_66286_ArtImgRight_300x418_}}Il matrimonio si celebrava nel mese di settembre (“[i]le campagne riposavano, il lavoro ridotto nei campi, i raccolti erano terminati[/i]”), e prevedeva il “[i]vitto d’inverno[/i]”, cioè la sposa aveva diritto ad una parte dei prodotti alimentari: patate, farro, lenticchie e ceci, vino, grano e farina che venivano ceduti dalla famiglia del marito.

Il contratto del matrimonio, invece, veniva stipulato dal padre e dai fratelli della sposa che avanzavano le richieste di oro, corallo, vestiario e persino la presenza dei poeti a braccio, chiamati per recitare (in ottave) canti di prosperità e di buon auspicio.

Ma una clausola doveva essere chiara: la sposa non poteva tornare alla casa dei genitori prima di otto giorni sufficienti per il ripensamento.

La sera antecedente le nozze, in corteo, i familiari della sposa si recavano a casa della sposo, mangiavano lì, e soprattutto dovevano prendere la camicia dell’uomo, chiamata “[i]del matrimonio[/i]”, per “[i]prepararla[/i]”, “[i]esorcizzarla[/i]” anche con il “[i]brevuccio[/i]” – sacchetto appeso all’interno della camicia, di stoffa, con dentro ciuffi di peli di animali selvatici ed erbe medicamentose misteriose e segrete, apotropaico il suo fine (tiene lontano presenze maligne), preparato dal magaro, destinati a iniettare nel corpo costantemente il bene, purificarlo,(come i maschi maggiorenni, nella cultura romana, che indossavano per la prima volta la toga virile con appesa al collo un medaglione) – insieme alla camicia da notte di ciascuna cognata, e infine predisporre la più importante, la camicia della suocera per allontanare il malocchio.

Arcaiche consuetudine, cristianesimo e paganesimo avvicinati fino a toccarsi, discipline cerimoniali che risalgono la storia di un tempo lontano, spostato, ma molto indietro: la cerimonia degli sponsali romani con la donna che la sera prima aveva indossato una tunica fissata da una cintura di lana con un nodo doppio, e un mantello color zafferano, sandali ai piedi dello stesso colore, acconciata ai capelli e una collana di metallo, una Vestale in definitiva.

{{*ExtraImg_66287_ArtImgLeft_300x198_}}Quando queste donne entravano per la prima volta nella casa dello sposo – e siamo ancora negli anni ’40 del contratto – ammassavano il pane e incidevano un pagnotta con un segno di croce: simbolo di protezione e fecondità per la giovane donna. Il pane, poi, veniva dato per elemosina ai poveri del paese.

Il giorno del matrimonio i carri dei buoi con i festoni a strisce colorate avanzavano, lentamente, nel centro abitato, guidavano il corteo nuziale dei parenti e amici, con il carico di comodini, comò in castagno, lettiere e nei canestri in vimini addobbati con nastri si mettevano le lenzuola di canapa e di cotone tessute al telaio in legno, le sottovesti lavorate con i ferri, le coperte di lana filate prima a mano, con il fuso, che si tingevano con la corteccia dell’ornello, una pianta messa a macerare che colorava di verde scuro la lana, mentre il colore marrone veniva dal mallo delle noci, tutto dentro un rituale: il matrimonio, “il passaggio” come non l’avrebbero mai più visto rivivere quella coppia di giovani nel mese di settembre.

{{*ExtraImg_66288_ArtImgRight_300x215_}}Mese sacro nell’antichità classica dell’equinozio d’autunno che poneva su un unico piano corpo e spirito, liturgico e contemplativo, poiché si riteneva che la natura arrestasse il suo moto, si colorasse di rosso aureo, e si raccoglievano gli ultimi frutti del divenire della stagione, appunto con settembre, atteso, che giungeva, ed era allora metamorfosi per eccellenza.

Il ciclo solare si portava a compimento mentre la “vita” si ritirava per una nuova fase affidata alle semine, a quei semi consegnati alla terra secondo la trascendenza del culti romani densi di simbolismo, salutati e ringraziati che danno sostanza a questo mese, settembre dunque, dell’identità e dell’essenza, tutelato dalla grande Triade di Giove, Giunone e Minerva: l’unità divina, chiamata così espressione delle potenze unificate, dell’esaltazione del mondo metafisico, astratto, ma denso di liturgia, trascendenza e soprannaturalità, che forse non abbiamo del tutto abbandonato, poiché le civiltà emigrano, spostano latitudini, ma non muoiono mai.

[i]

(Giovedì 27 settembre la seconda puntata: ‘Il rito del solco dritto’)[/i]

[url”Torna al Network Viaggio&Viaggi”]http://ilcapoluogo.globalist.it/blogger/Vincenzo%20Battista%20-[/url]