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L’alba dolorosa del 23 settembre di 69 anni fa

di Amedeo Esposito

Quando, il 23 settembre del 1943, il sangue di nove giovanissimi Martiri aquilani, trucidati impietosamente dai nazifascisti, arrossò la terra, L’Aquila e l’Abruzzo si trovarono increduli immersi nella cruenta guerra interna, anche se gli abruzzesi erano già stremati da quella combattuta fuori i confini italiani, divenendo il campo di battaglia più importante dell’Europa, superato solo dal successivo sbarco alleato in Normandia.

Quei Giovani, il giorno precedente, con altri cento coetanei, riuniti nel cortile dei Salesiani (di qui i “Cortilani”), decisero, come tutti gli altri, di risalire i monti circonvicini per sottrarsi all’obbligo di presentarsi per essere arruolati nelle formazioni tedesche o italiane in via di ricostituzione, imposto dal feldmaresciallo Kesserling, il comandante delle forze armate germaniche dell’Italia centrale.

Erano “[i]uniti tutti da un solo filo conduttore che era l’antifascismo, per il quale la scelta fu univoca: resistenza con ogni mezzo, compresa la stampa[/i]”.

Nove però decisero di dotarsi di armi, da loro mai maneggiate. Nel pomeriggio del 22 settembre, infatti, prelevate le armi nascoste nel quartiere San Sisto, verso le 17 si unirono, nei pressi del cimitero della zona rurale di Collebrincioni, con venti ex prigionieri slavi e inglesi, facenti parte dei tantissimi altri, indiani, canadesi e americani, lasciati liberi dai campi di concentramento (più di 10.000 tra L’Aquila, Avezzano e Sulmona) perché raggiungessero le linee alleate del Sud d’Italia.

Fu quindi prioritario per i tedeschi, che avevano occupato militarmente l’intero Abruzzo (Roma e l’Italia Centro-settentrionale) il rastrellamento sulle montagne aquilane circonvicine, così come in quelle di Sulmona, alla ricerca dei prigionieri ritenuti pericolosi per la sicurezza delle truppe germaniche operanti al fronte.

I rastrellamenti riguardarono contestualmente quanti si sottrassero – e non furono pochi – ai bandi di Kesserling: civili, uomini e donne, e tantissimi militari e ufficiali dell’esercito, bollati come “traditori” per non aver aderito alla Repubblica di Salò, imposta da Hitler – come si sa – a Mussolini.

Per contrastare la feroce repressione nazifascista sorsero le prime “bande partigiane”, poi potenziate in tutto il Centro-Nord d’Italia, che furono sostenute, in tutto il territorio abruzzese, dalla “resistenza bianca” non armata attivata, dopo l’eccidio dei Nove Giovani Aquilani, dall’Antico Arcivescovo dell’Aquila, il cardinale Carlo Confalonieri, al quale si dovette la salvezza della città, già minata dalle truppe tedesche in ritirata; ma anche e soprattutto la sottrazione alla deportazione di circa 300 ebrei (assistiti anche con i fondi fiduciariamente consegnati in segreto al Cardinale dalla Comunità Ebraica Italiana); nonché quella dai plotoni di esecuzione dei tanti condannati a morte da parte del tribunale speciale dell’armata tedesca che aveva sede in città nell’Hotel “Sole” , ed ancora la salvaguardia dei giovani rifugiati nelle montagne.

Per tutti aprì i conventi ed i monasteri compresi quelli di clausura e si avvalse di una parte dei parroci dell’arcidiocesi, alcuni dei quali pagarono con la vita la loro generosità.

CONSIDERATI “RIBELLI IN ARMI”, I NOVE GIOVANI FURONO TRUCIDATI

All’alba del 23 settembre i nove Giovani aquilani e i prigionieri vennero avvertiti da due contadine dell’avanzamento di reparti tedeschi in rastrellamento da tre direzioni verso Monte Castellano, dove si trovavano.

Accerchiati, furono costretti ad usare le armi, ma alla fine dovettero arrendersi. Furono disarmati e catturati a conclusione di uno dei primi scontri – come si ricorderà – avvenuti in Italia tra civili e tedeschi.

I prigionieri inglesi e slavi furono internati nuovamente nel campo della caserma “Pasquali”, dove furono portati anche i Giovani aquilani che, purtroppo, considerati “ribelli in armi”, furono condannati a morte, senza processo in forza delle leggi militari tedesche.

A nulla valsero le lacrime e le preghiere verso le autorità italiane e tedesche delle tante Madri perché i giovani venissero salvati.

I quali, dopo mezzogiorno, sempre entro la caserma “Pasquali”, furono obbligati a scavare due fosse.

Alle 14,30 dinanzi a loro si dispose un plotone misto di tedeschi e fascisti che fece fuoco. Furono abbattuti senza pietà e poi sepolti nelle due fosse da loro stessi scavate (cinque in una e quattro nell’altra). Le loro salme furono restituite alla città soltanto il giorno dopo la liberazione dell’Aquila (13 giugno 1944), quando le truppe tedesche si erano ritirate dalla terra abruzzese.

La storia dice che furono le prime vittime di un conflitto che, tedeschi a parte, oppose fratelli a fratelli in un’incomprensibile “guerra civile” che insanguinò le contrade italiane.

Chi erano i Nove giovani trucidati?

Anteo Alleva, 17 anni; Pio Bartolini, 20 anni; Francesco Colaiuda, 18 anni; Sante Marchetti di 18 anni (semplici operai), Fernardo Della Torre, 20 anni; Berardino Di Mario, 19 anni; Bruno D’Inzillo, 18 anni; Carmine Mancini, 19 anni e Giorgio Scimia, 18 anni (tutti studenti).

Furono inoltre i primi fra quegli italiani che rischiarono e dato la vita per salvare altri cittadini italiani perseguitati dalle leggi razziali.

Fra di loro, infatti, vi era un ebreo: Fernando Della Torre, cittadino italiano come gli altri che subì però tutte le umiliazioni riservate allora agli ebrei. Per salvarlo dalla deportazione ricevette la “comunione della chiesa cattolica” a 16 anni. Ed una sua sorella divenne “conversa” in una monastero di suore che lasciò dopo la guerra.

Il Giovane riuscì così ad evitare il campo di sterminio, ma non si salvò, per i suoi ideali di libertà, dai colpi dei mitra del plotone di esecuzione.

Fernando Della Torre, sotto un nome di copertura, fu studente dell’Istituto Tecnico Industriale “Amedeo di Savoia” dell’Aquila. In quell’istituto, per volere della dirigente Gianna Colagrande e della professoressa Carla Piccone, dal 2002, ogni 23 settembre, i 1400 allievi rendono omaggio al loro compagno di scuola, riunendosi, al canto dell’inno nazionale, dinanzi alla “roccia che incastona una lapide di bronzo” con su scritto il nome di Fernando della Torre, sotto cui è incisa una profonda invocazione, impegno per tutti i giovani: <[i]PERCHE’ PERENNE SIA LA “VOCE” DEI NOVE MARTIRI AQUILANI[/i]>.

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