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Quel che resta . . .

di Ariale

Sono nata ai margini di un campo di grano, in una fredda giornata di novembre, tanto tempo fa.

Intorno il viola del fiore dello zafferano.

Piano piano, poi, una città intera fu costruita. . .

Sono nata con un’anima nelle mura e un’immortalità nei sentimenti. . .un respiro. . .

Ho visto consumarsi fra le mie pareti i destini di tante persone, ho cercato di essere rifugio, luogo protettore, casa, di riparare con le ali delle mia pareti la vita e le pieghe amare di una sofferta quotidianità, allungare le mie mura come braccia protettrici.

Quel che è rimasto, indelebile, in tanto tempo, è il ricordo dell’unica volta che ho varcato il mio confine invalicabile: una lacrima rossa che scese e segnò per sempre una parete bianca. . .

Era primavera. . . una fredda primavera del 1943, illuminata dal riflesso della neve che persisteva lucida sul Gran Sasso.

Il bianco pallore della montagna richiamava l’inverno finito, ribadendo la padronanza su questa città prediletta e dal mio tetto dialogavo come un suddito con il monte che dettava con supremazia i ritmi ed il rigore lungo di un inverno quasi perenne. Erano le voci dei ragazzi, nello spiazzo che costeggiava il mio lato posteriore, ad anticipare il tempo mite uscendo nelle ore meno fredde, quasi ad incoraggiare e sostenere la lotta impari fra il sole e l’aria rigida del Gran Sasso.

Il grido del battitore “uno e mazza”,“ddu e mazza”,“tre e pusi la mazza” rimbombava come un sasso buttato nello stagno che produce onde circolari rimbalzando su mura, finestre, portoni e diramandosi oltre i confini dello spazio mentre il rumore del legno che colpiva ju zirè rallegrava le giornate come un suono allegro di campane.

Lo schiamazzo fra via delle Grazie, S. Giusta, i vicoli vicino i portici, stemperava i timori le paure il freddo e la povertà della guerra.

Anna e Gaetano vivevano con i loro genitori nelle dimesse stanze di questa casa che sono.

Il padre faceva il ferroviere e la madre Assuntina era una sarta con le dita che un’artrite aveva deformato come rami secchi. I due ragazzi erano bravi e affettuosi ed io ero molto affezionata a loro tanto da accogliere i loro amici fra le mie mura quando la pioggia di quell’aprile così piovoso li costringeva a ripararsi.

E tentavo, tentavo di rafforzare in quei corpi magri, allampanati, ancora acerbi, quella serenità che voleva vincere sullo smarrimento politico del 1943 dando loro la possibilità di elaborare con tranquillità, senza intemperanze, fra le mie rassicuranti mura, un pensare che fosse all’unisono con il sentire, un’azione impregnata di coraggio ma non d’incoscienza.

Erano ragazzi imberbi che nella voce richiamavano un’età più adulta rispetto ai corpi ancora adolescenti.

Li guardavo con apprensione: c’era chi già lavorava per aiutare la famiglia, chi era figlio unico di madre vedova, chi scriveva poesie ed aveva vocazione da intellettuale, chi voleva seguire le orme del padre, chi voleva diventare medico, chi veniva dal quarto di S. Maria Paganica, ma tutti, tutti, erano incantati e puri come la giovinezza, ostinatamente ingenui nella volontà di migliorarsi e migliorare.

Ma era il 1943, c’erano i tedeschi, e stava scendendo la notte. . .

Una di quelle notti che cambia per sempre i destini e la storia di una città.

Intorno a me Pio, Bruno, Berardino, Fernando, Carmine, Giorgio, Francesco, Anteo, Sante, Mimmo, Gina, Anna, Gaetano, Maria, Santina, Pina. . . scherzavano nel vicolo, condividevano i sogni e le amarezze di una quotidianità amara graffiata alla guerra.

Seguivo paternamente questi ragazzi e quando parlavano di antifascismo lunghe tenebre squarciavano il senso di eterno che colmava la mia intima essenza. Mi intenerivo quando interrompevano la serietà ideologica con la leggera ironia giocosa, quasi a voltarsi indietro e non avanti.

Non avevano neanche 20 anni e sentivo il fuoco ed il pulsare del sangue.

Temevo nel vedere la frenesia dell’ansia per l’azione.

Una sera di settembre, dopo la firma dell’armistizio, la fuga del re e la liberazione di Mussolini da Campo Imperatore, non volendo soggiacere al senso di smarrimento che ormai impazzava fra alleati diventati nemici e nemici diventati alleati, uno di loro, davanti il camino non ancora acceso della mia unica sala, disse con euforia controllata, bisbigliando “domani andiamo in montagna, con le armi, per combattere i tedeschi ed il fascismo”.

Le parole rimbombarono con solennità.

Se avessi potuto abbracciarli, trattenerli, indicare un’altra strada, guidare la loro energia, farli deviare nei loro ambiziosi pensieri lo avrei fatto, ma ogni tempo ha i propri ideali, solidi come pietre miliari, ed eroi che credono di poter abbracciare il mondo e vengono invece tritati dal mondo.

Solo due sono riuscita a trattenere. Gli altri sono andati.
Gaetano guardò la sorella e dopo tanto, dopo un silenzio ed una pausa dilatate disse “No. non vengo”.

Mimmo neanche parlò. Scosse solo la testa.

Andarono. . .via. . . per le montagne. . .con le armi.

Li videro attraversare via delle Spighe furtivamente.

Era il 22 settembre 1943.

I tedeschi li presero il giorno dopo, verso Collebrincioni, probabilmente dietro un miserabile tradimento.

I ragazzi disarmati furono lasciati liberi.

Nove furono portati alla caserma Pasquali.

Li videro attraversare le strade, fiancheggiati dai tedeschi, strattonati quando i familiari disperati tentavano di avvicinarli, vicini ma. . . irraggiungibili.

Fu quella l’ultima volta che le mamme videro i loro figli vivi, fu quello l’ultimo scambio di sguardi. . .

Il respiro della città si fermò, come se fosse unico, sospeso in una terribile attesa lacerata dall’ansia.

Intorno alle mie mura non c’erano più voci esuberanti di ragazzi che si chiamavano, parlavano e progettavano con gran vociare.

Ora era solo silenzio, duro, corposo, annichilito, che ti schiaffeggiava l’anima.

Paura e sgomento salivano in una convergenza corale a pregare, il proprio Dio i cattolici, gli uomini ed i suoi valori più alti i laici.

Ma i tempi erano di pietra e gli uomini di marmo.

Il sole abbandonò il giorno. . . Venne la notte. . .

Il 23 settembre, il giorno stesso della loro cattura, furono interrogati uno per uno.

Non furono fatti verbali, non fu fatto processo.

Decisero di giustiziarli immediatamente.

Mentre venivano portati nel cortile della caserma, per essere fucilati, i nove ragazzi, increduli, si attaccavano bramosamente, nell’ultimo sguardo sulla vita, a tutti gli oggetti dalla banalità familiare e rassicurante di cose viste e riviste in una quotidianità che stava andando via per sempre: un sasso, un filo d’erba, un muro, una finestra, una scarpa. . .

Persino le pale e i badili sembrarono loro consolatori fino a quando non fu loro svelata la tragedia: costretti ad impugnarli, con calci e pugni, per scavare le due fosse che avrebbero celato i loro corpi per mesi, custode, ancora una volta, la terra, del loro silenzioso testamento spirituale e di parole mai più dette.

Pio Bartolini, Bruno D’Inzillo, Berardino Di Mario, Fernando Della Torre, Carmine Mancini, Giorgio Scimia, Francesco Colaiuda, Anteo Alleva, Sante Marchetti.

Nove amici, nove vite, nove martiri, non ancora ventenni.

Trucidati.

Insieme.

Il loro ultimo respiro salì all’unisono, come un unico alito di vita, a sperdersi in quel cielo così terso che aveva assistito ai loro giochi, ai loro studi, alle loro risate, ai loro baci furtivi dentro i portoni dei vicoletti aquilani, con il Gran Sasso testimone silenzioso da sempre della vita, della morte, della fatica immensa di questa città che non fa doni.

Le famiglie, gli amici, la città intera per mesi non seppero nulla e si continuò a pensarli vivi, a sperarli vivi, a pregarli, con disperazione, vivi.

Giravano notizie contraddittorie: erano stati già fucilati, no erano vivi, no erano stati deportati, no li avevano salvati. . .

Solo nel maggio 1944 un milite fascista bussò furtivamente a casa D’Inzillo, uno dei nove, per consegnare uno schizzo sommario del luogo dove i corpi dei ragazzi erano stati ricoperti, senza benedizione e degna sepoltura, all’interno della caserma.

Fu dietro questa indicazione che il 14 giugno, dopo nove mesi, furono trovate le due fosse e si ebbe la certezza della tragedia con il ritrovamento dei loro corpi trucidati.

Fu allora che la città si trasformò in un Golgota.

Ancora una volta la terra, come un vorace minotauro, aveva richiesto nuovi martiri a sacralizzare quel numero 9 archetipo di vita e morte, sacrificio e redenzione, sacro e profano, costruzione e distruzione che da sempre identificava i riti ed i ritmi di questa fredda città immota, che tende a rimuovere.

Lacrime furiose e incredule bagnarono la terra in un unico pianto.

La città sanguinava nel dolore muto della follia abbracciando, attonita, la tragedia dei figli più cari nel silenzio delle vie, della piazza, dei vicoli, delle chiese che narravano i segreti di un dolore straziante.

Anche le pietre avrebbero avuto memoria e nostalgia di quei giovani. . . dei loro passi, della loro leggera ironia, delle loro voci e speranze.

Mimmo, Anna e Gaetano erano rimasti vivi, quasi per caso, sfregiati però dalla cicatrice del martirio dei loro amici.

Non si davano pace. Non si perdonavano di non averli fermati.

Mimmo era dilaniato dal senso di colpa, mentre Anna si ammalò di tifo, innamorata com’era di uno dei nove.

Gaetano suo fratello faceva il garzone in una salumeria della piazza per sostenere le cure della sorella che visibilmente, ogni giorno, perdeva peso e capelli.

Ci vollero mesi, ma alla fine guarì. Il padre decise allora di lasciare la città e raggiungere dei parenti che vivevano a Padova, qualche mese dopo i funerali dei ragazzi in cui le bare furono portate a spalla dai loro amici allacciati nell’ultimo penoso e delirante abbraccio.

Ho visto Anna e Gaetano andare via una mattina di settembre, ad un anno dall’eccidio, mentre un lacrima rossa segnava indelebilmente una parete nell’unica volta che ho varcato il mio confine invalicabile.

Hanno chiuso mestamente il battente della mia porta lasciando per sempre quei vicoli, quelle fontane, quei cortili che li avevano visti spensierati crescere insieme ai loro compagni beffardamente vicino, ma non potevano saperlo, al luogo che poi avrebbe portato i loro nomi e li avrebbe ricordati a futura memoria: piazzetta IX martiri, nell’unanime ricordo di una comunità inginocchiata davanti alla follia che ancora una volta aveva deviato tragicamente il destino di un territorio.

In tanto tempo, quello che è rimasto è . . . una lacrima sulla mia parete, due fosse ora vuote, un simulacro al cimitero con nove piccole foto di giovani che ancora ci parlano, un’incantevole piazzetta, le loro orme su queste strade, la memoria nelle pietre. . . l’onore di quei cognomi.

Solo Mimmo è rimasto qui. Non ha mai lasciato L’Aquila e la casa di fronte a me, non volendo vivere in luoghi nei quali il suo dolore fosse estraneo.

Ma il suo respiro, i suoi pensieri, li vedo, a volte sfiorano con rimorso e nostalgia quei ricordi, come la carezza lieve di un fratello, poi di un padre amorevole e poi ancora di un nonno, lui a cui era stato concesso di invecchiare, in ascolto della vita e di quello che fu, cercando nella memoria le voci chiassose dei suoi cari amici mentre il rumore del legno che colpiva ju zirè rallegrava le giornate come un suono allegro di campane.

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