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L’Aquila: decolonizzare l’immaginario

di Giancarlo De Amicis

E’ possibile promuovere una idea di città che si configuri come laboratorio politico e culturale, quando i suoi abitanti sono ancora dominati da un pensiero unico, in cui i valori economici sono al centro dello sviluppo sociale?

L’immaginario collettivo degli aquilani, forgiato sulla società dei consumi, è tiranneggiato dal profitto, dalla dinamica del mercato e dalla competitività, dove l’incessante celebrazione dell’utilitarismo e dell’individualismo, rivelatasi anche durante la fase del post-sisma, ha impedito di riconoscere la dimensione plurale e collettiva della vita sociale.

La società dei consumi mostra il volto di uno sviluppo teso a trasformare in merce i rapporti tra gli uomini e con la natura.

E’ sviluppo quello che genera la maggior parte degli attuali problemi sociali e ambientali, quali l’esclusione, la sovrappopolazione, la povertà, le squallide periferie, l’incontrollato consumo di suolo e le varie forme di inquinamento?

L’economia della crescita e il mito dello sviluppo indiscriminato costituiscono un modello di pensiero unico per l’immaginario collettivo, nonostante la schiacciante evidenza di un presente che ha al suo attivo poche risorse, molta disoccupazione, che è affetto da recessione e da una crisi strutturale interminabile.

E’ questa forma di colonizzazione della mente che porta ad accettare supinamente lo stato di angustia da cui non si riesce ad uscire. Sviluppo, crescita e progresso sono termini che gli economisti hanno importato dalla biologia e applicato all’economia in maniera impropria e parziale, dimenticando che in ogni ciclo vitale, a crescita e sviluppo segue inevitabilmente la morte dell’organismo.

Marketing, credito e obsolescenza programmata sono gli strumenti di un sistema di consumi che ingenera desiderio di possesso, dipendenza e frustrazione; che incita ad acquistare incautamente, imponendo un’aspettativa di vita sempre più breve alle merci prodotte per favorirne il ciclo di sostituzione.

Scommettere sulla decrescita è uno degli obiettivi globali più urgenti, che a livello locale si può perseguire promuovendo la cultura di un dopo-sviluppo improntato ad una nuova idea di città-laboratorio, de-localizzando l’immaginario collettivo, stemperando la competitività con i principi di cooperazione, condivisione e solidarietà, ispirati al bene comune della città e alla cultura della sobrietà. Il dopo-sviluppo va già annunciandosi da noi nel segno della diversità. Al conflitto esso sostituisce l’integrazione, al sistema centrato il pluralismo sistemico, al monocentrismo il policentrismo. Si tratta di ricercare modi di vitalità collettivi nei quali non viene privilegiato un benessere materiale distruttore dell’ambiente e dei legami sociali. Al contrario, saranno proprio queste le declinazioni di una società civile che, volendosi fare laboratorio politico e culturale, apre la speranza di un dopo-sviluppo, che ha l’obiettivo di migliorare le condizioni e le dinamiche di interazione sociale. Preparare la decrescita a l’Aquila significa rinunciare all’immaginario economico, alla credenza che più è uguale a meglio. La sua parola d’ordine ha soprattutto come fine quello di marcare con forza l’abbandono dell’obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo la cui causa prima non è altro che la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale. La decrescita sulla quale impostare la nuova visione spaziale della città, che sia laboratorio politico e culturale, non va intesa come crescita negativa; essa è sintetizzabile nel programma delle sei “R”: Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare, che si ispira alla carta “consumi e stili di vita” proposta dal forum delle Organizzazioni Non Governative di Rio. Concatenati fra loro questi obiettivi definiscono un tracciato virtuoso di decrescita trasparente, conviviale e sostenibile.

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