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Il paesaggio, le genti e la memoria dell’eremita Pietro

[i]In sei puntate, dal 23 agosto fino al 28, Vincenzo Battista percorrerà e ci farà conoscere – in un diario sul campo, tra ambiente, fonti storiche e un reportage in bianco e nero – i luoghi impervi del Morrone dove visse Pietro dal Morrone, fino alla Valle dell’Aterno che attraversò con il corteo pontificio e infine Santa Maria di Collemaggio nella quale fu incoronato Papa con il nome di Celestino V. Un viaggio alla ricerca dei tratti distintivi di una religiosità popolare, che con l’ambiente naturale ha creato il mito dell’uomo solitario della montagna eletto al Soglio Pontificio.[/i]

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Il paesaggio, le genti e la memoria dell’eremita Pietro
[Prima Puntata]

di Vincenzo Battista

{{*ExtraImg_59865_ArtImgRight_299x448_}}“[i]Aspetta che cada la neve e vedrai se questo luogo è aspro[/i]” gli rispose perplesso l’allora 15enne Gentile di Rainaldo, poiché l’uomo che aveva davanti e con cui scambiava alcune battute era vestito in “[i]abito monacale[/i]” e inoltre, ricorda, sempre quell’uomo gli aveva detto che aveva perlustrato la montagna del Morrone per trovare un luogo alto e aspro, un luogo dove aveva dimorato un eremita in penitenza un certo Flaviano da Fossanova.

Il 15enne, proviamo a immaginarlo in uno scatto, un’istantanea, è seduto, secondo quanto attestano anche le fonti storiche, davanti a un detto Pietro, 24 anni, disteso su un letto di sassi per dormirvi, in una grotta.

Questo il primo scatto, la prima immagine, la prima in sequenza, ma altre ne seguiranno, da quel momento primario, fondativo, della solitudine eremitica che, narrano le fonti, “[i]passò tra digiuni, astinenze e orazioni[/i]”.

Il ricordo del 15enne Gentile di Rainaldo, divenuto poi medico in Sulmona, è una delle tante testimonianze rese al processo di canonizzazione del 1306 a favore di quell’uomo 24 enne nella grotta e nient’altro intorno, che diventerà San Pietro Celestino. E abbiamo anche l’anno di quell’incontro, il 1239, data che segna l’arrivo di frà Pietro su una montagna che è una selva, scrive A. Serramonacesca, che “[i]guarda Sulmona[/i]” dove ogni ansa, anfratto, grandi falesie di rocce e un’infinità di grotte carsiche scavate dalla natura nel ventre della montagna sembrano un richiamo ad uno spirito ansioso nella ricerca di luoghi estremi, nascosti, da scoprire.

{{*ExtraImg_59866_ArtImgLeft_300x196_}}Seconda immagine: la natura. Luoghi selvaggi, ricoperti di boschi, modellati da grandi insenature dei blocchi di rocce verticali e paludosi a valle. E’ quello che esce fuori dalle fonti documentarie sulla conca Peligna, al tempo di frà Pietro, ma anche una natura metafisica, trascendentale, come nelle tele del fiammingo Ruther, XVIII sec., e dipinta oltre qualsiasi concepimento visivo, abitata da animali fantastici in volo e piante lussureggianti, partorite da una mente creativa, insieme a belve di ogni provenienza, mansuete e nell’atto di prostrarsi, sottomettersi e venerare l’eremita Pietro del Morrone.

Ma ecco un altro biografo, L. Marino, anno 1630, nel libro “[i]Vita e miracoli di San Pietro del Morrone[/i]”. Scrive un appassionato racconto delle gesta e delle sue capacità di taumaturgo in questo ambiente montano dal caldo asfissiante, quasi trattenuto, che non ha più sentieri ma pareti verticali nascosti dalla vegetazione, che discendiamo, tra l’abitato di Bagnaturo e case sparse a valle, e il bosco che ci siamo lasciati alle spalle, fino alle pendici del Morrone, terra di toponomastica medievale (insieme di nomi attribuiti alle entità geografiche) che fin dal XIII secolo è chiamata “Querceto”, “Delle Grotte”, “Saizano”, “Grottole”, luoghi che segnano il passaggio di Pietro.

Terza immagine. Mentre ancora scendiamo, fino a scorgere l’attuale agglomerato di Fonte D’Amore che De Nino indicò come un possibile vicus o pagus (agglomerati rurali romani) ma anche luoghi di leggende, di re e imperatori che si dissetavano alla miracolosa acqua di fonte.

Ovidio, dicono da queste parti, faceva l’amore con una maga e scrisse poi il libro degli Amori. Oggi, Fonte D’Amore è una frazione di Sulmona, con la gente che sembra aspettarci, seduta ancora davanti alle case.

{{*ExtraImg_59867_ArtImgRight_294x448_}}“[i]Si prega Celestino V perché lo riteniamo un santo miracoloso[/i] – mi dicono – [i]Voleva bene ai poveri. Non aveva ricchezze. Campava di elemosina. E’ andato in una grotta dopo che lo volevano fare Papa . . .”[/i]

Guardando alla fine di questo lungo trek sul Morrone si scorge Santa Croce, a 1379 metri, da dove siamo scesi, in verticale, fino agli aggregati urbani della fascia pedemontane, ma da lì sù, i tratti distintivi dei racconti che abbiamo sentito narrare, sembrano sovrapporsi a quelli della natura attraversata dall’eremita Pietro.

“[i]La sua santità si è sparsa[/i] – continuano i racconti nell’ultima ‘istantanea’ – [i] e la gente lo cercava per avere una parola o solo per guardarlo, allora lui saliva il Morrone e si rifugiava nelle grotte [/i]“ dice una donna, dopo che si è fatta il segno di croce e ha mandato un bacio all’eremo di Sant’Onofrio (eremo di Celestino V), incassato nel Morrone, che avvolge, quasi a proteggerla, la grotta dal letto di sassi per dormirvi, il luogo per eccellenza dell’eremita, dove molti si recano in pellegrinaggio e tra le fessure della volta e delle pareti lasciano gli “oggetti” personali, “i messaggi”, i segni di un voto privato che sembra non avere tempo; ma questa è un’altra storia, che racconteremo.

[i](Domani, 24 agosto, la seconda puntata)[/i]

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