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L’Aquila: una rotaia, una bici e una città

di Elena Bianchi*

Succede che da una città di pianura decidi di vivere dove un tratto pianeggiante non lo incontri spesso.

Succede che dove vivevi prima il tuo primo mezzo di locomozione era un sellino sul quale saltare, pedali sui quali spingere e ruote da far girare. Poi arrivi qui e un po’ ti spaventi con tutte queste salite, i muscoli che non sono abituati a spingere il necessario, l’obbligo a percorrere strade troppo frequentate da mezzi a quattro ruote.

Succede allora che per un periodo la bici rimane ferma ad aspettarti. Finché un giorno ti decidi. Sali in sella ed è splendido sentire di nuovo la fatica e il vento in faccia lungo le discese.

Allora pensi di aver superato la diffidenza, riprendi quello che continui a considerare il miglior mezzo di trasporto. Presti attenzione al traffico, all’attraversamento delle strade . . . ma il vero pericolo aquilano non l’avevi ancora incontrato.

E mentre giacevi sull’asfalto con lividi e ferite, mentre faticavi ad alzarti per lo spavento e il colpo preso nella caduta, ti ritorna alla mente una storiella che ti avevano raccontato

C’era una volta un grande progetto per l’Aquila che avrebbe cambiato la vita agli abitanti di questa città

C’era una volta il progetto di una M-E-T-R-O-P-O-L-I-T-A-N-A di superficie.

Iniziano i lavori: la stazione, i pali, i cartelli, i binari . . .

Poi il cielo si è fatto nero: qualcuno deve aver rubato tutti i vagoni perché qui la metropolitana non s’è mai vista.

Rimangono come ricordo binari perfetti per accogliere le ruote di una bicicletta, che fanno scivolare motorini ed auto. Ed una città che probabilmente presta così poca attenzione ai suoi abitanti da sottovalutare la pericolosità di quanto ha lasciato del grande progetto.

Vogliamo finalmente scrivere un lieto fine di questa storia? Chiudiamo i binari!

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