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La fine del viaggio e il corpo corroso, piegato, umiliato

di Vincenzo Battista

L’arrivo, la tappa finale nel luogo simbolo, mediatico, liberatrice dei mali, dispensatrice delle fatiche nel lungo itinerario che a piedi hanno compiuto i pellegrini dopo due settimane, sotto i boschi che hanno coperto il sole, come narrano le cronache tardo medioevali, tra una natura che si è offerta, venuta in soccorso con i suoi frutti e i suoi rimedi taumaturgici lungo il tragitto, consolatrice del corpo corroso, piegato dal lungo viaggio, dagli stenti e dalle privazioni, dalla sete e dalla fame, dalle malattie, dall’inclemenza del tempo.

{{*ExtraImg_58630_ArtImgRight_300x386_}}Con la ferrea volontà di far parte della destinazione, di quella micro-storia umana, quella ideologica, mitico–magica lungo le direttrici del Perdono che da generazioni e nel loro Dna, e si tramanda, residuale, anche oggi tra le valli penitenziali degli Appennini.

Il fine, l’obiettivo dei pellegrini, è davanti a loro, assume forma di “potenza” quando alzano lo sguardo, icona, figurazione, segno visivo sopra l’altare; trascendimento e venerazione della mensa sacra; culto e fede della tavola liturgica che li ha attirati e spinti all’impensabile, oltre ogni limite umano della fatica: ma sono lì adesso, si scoprono il corpo, il petto, le braccia e mostrano quegli uomini che sembrano usciti da figure archetipe, incise, sulle superfici rupestri, i tatuaggi color turchino (farebbero morire d’invidia tutti quelli che oggi li praticano) che ricoprono interamente ogni parte della cute, con forme e disegni, memoria visiva dei santuari visitati, delle grazie ricevute, dei voti sciolti, del “viaggio”. Ma questo è solo il prologo, la preparazione, poi si passa all’azione.

{{*ExtraImg_58631_ArtImgLeft_300x471_}}Nel ‘Trionfo della morte’ un altro ‘viaggiatore’, ma con finalità diverse, cacciatore di stati d’animo, Gabriele d’Annunzio, è davanti a loro, li osserva, memorizza e poi restituisce nel romanzo pubblicato nel 1894, esattamente la forza della loro ‘missione’: ‘[i]Le femmine si trascinano su le ginocchia[/i] – scrive il Vate – [i]singhiozzando, strappandosi i capelli, percotendosi le anche, battendosi la fronte nella pietra, agitandosi come in convulsioni demoniache. Talune, carponi sul pavimento, sostenendo su i gomiti e su i pollici dei piedi scalzi il peso del corpo orizzontale, avanzano a poco a poco verso l’altare; strisciavano come rettili. Si contraevano puntando i pollici, con piccole spinte consecutive; e apparivano fuori dalla gonna le piante callose e giallastre, i malleoli sporgenti e acuti. Le mani aiutavano di tratto in tratto lo sforzo dei gomiti che tremavano intorno alla bocca che baciava la polvere segnava croci con la saliva mista a sangue.

{{*ExtraImg_58632_ArtImgRight_300x425_}}E su quelle tracce sanguigne i corpi striscianti passavano senza cancellarle, mentre davanti a ciascuna testa un uomo alzato batteva con la punta di un bastone il pavimento per indicare la via direttrice verso l’altare. . . [/i]’ con le bisacce lasciate fuori dal tempio religioso, vuote ormai dai semi di noccioli di ciliegia sciolti in bocca durante il percorso, o dai lupini ammollati in acqua di sale insieme ai pezzi di carne seccati in acqua di rose, sale e salse piccanti; e le pasticche di zucca, ribes e susine, e poi le uova cotte in acqua ma non sode insieme alla liquirizia, latte e acqua calda in piccoli recipienti; infine il pane secco sciolto nei corsi d’acqua o nelle sorgenti del viaggio penitenziale denso di incontri e “visioni”, nella certezza di un nuovo spirito acquisito, di una nuova forza che ha sfidato la natura e non ha girato le spalle al tempo. Il viaggio è terminato. . .

[i](Terza e ultima puntata)[/i]

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