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Palazzo Margherita, tutti lo vogliono

Assume quasi toni grotteschi l’ultimo atto della annosa crociata che Comune e Provincia dell’Aquila stanno combattendo per rivendicare la proprietà del loro “Graal”, palazzo Margherita, che continua a cadere a pezzi in attesa di essere restaurato.

Si litiga insomma per un palazzo ridotto in macerie, anziché collaborare, mettere insieme le teste per velocizzare l’iter teso a cominciare i lavori di ristrutturazione. La contesa sembrava finita quando qualche la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con la sentenza numero 13172/2011 rigettava il ricorso della Provincia dell’Aquila, che rivendicava la proprietà dell’edificio, stabilendo dopo 37 anni che la proprietà era del Comune.

Si illudeva tuttavia chi pensava che quello sarebbe stato, l’ultimo atto.

A sorpresa la Provincia non si è arresa, e lo scorso 12 giugno ha promosso la revisione della sentenza presso la Suprema Corte, un’impugnativa straordinaria che raramente viene percorsa. Di conseguenza la scorsa settimana la giunta comunale ha dato mandato al sindaco Massimo Cialente di resistere in giudizio avvalendosi dell’Avvocatura dell’ente. Il contenzioso prende spunto su fatti accaduti oltre cinque secoli fa.

Sede del Capitano Regio, l’immobile fu destinato a essere residenza della duchessa Margherita d’Austria, figlia naturale dell’Imperatore Carlo V, nominata governatrice dell’Aquila dal Re Filippo II, suo fratellastro. I lavori furono appaltati dall’amministrazione civica nel 1573, che volle così attuare il progetto dell’architetto Giovanni Pico. Ed è stato questo uno degli elementi fondamentali su cui l’Avvocatura comunale ha fatto perno per far valere le ragioni della municipalità contro la Provincia, che, pretendendo la consegna dell’edificio, avviò nel 1974 il giudizio, dopo che il Comune aveva spostato proprio nello storico edificio la sua sede principale. In realtà primi contrasti tra i due enti risalivano al 1838, anno in cui la Provincia finanziò i lavori necessari per adibire lo storico edificio a palazzo di Giustizia (più precisamente, a sede della Gran Corte Civile e Criminale competente per i Tre Abruzzi).

Gli uffici giudiziari sono rimasti lì fino ai primi anni ’70, quando vennero trasferiti nella nuova sede, sempre di proprietà comunale, di via XX settembre. Subito dopo che il Comune ebbe recuperato il palazzo come propria sede ufficiale, la Provincia dette avvio alla vicenda giudiziaria, nel corso della quale il Tribunale sentenziò, nel 1983, in favore della Provincia, condannando il Comune allo sgombero dell’edificio.

L’appello del Comune aveva indotto la Corte d’Appello, con la sentenza del 2005, a ribaltare la sentenza di primo grado, assegnando palazzo Margherita all’amministrazione civica confermata poi dalla Corte di cassazione. Un contenzioso annoso dunque e molto costoso. Soldi pubblici gettati dalla finestra, che si sarebbero potuti investire invece in sicurezza e prevenzione sismica. Ora l’immobile è molto danneggiato.

Il costo stimato per il suo recupero è di circa 12 milioni di euro, di cui 5 già messi a disposizione da Federcasse-Banca di Credito Cooperativo. Nei mesi scorsi l’edificio è stato completamente puntellato e messo in sicurezza con una spesa di 4 milioni.

Recentemente il settore Ricostruzione pubblica del Comune ha approvato il progetto preliminare di ricostruzione ancora in attesa, dopo mesi e mesi, come sottolinea l’ex assessore Vladimiro Placidi, del trasferimento dei fondi residui da parte del Commissario alla Ricostruzione. Una fase di impasse che può considerarsi superata grazie ad un emendamento alla legge Barca.
A.Cal.

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