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L’Aquila: la periferia in una visione policentrica di luoghi centrali

di Giancarlo De Amicis*

Città densa e città diffusa, città monocentrica e città policentrica, reticolarità, centro storico, periferia: termini, vocaboli, concetti contrastanti fra loro che nel triennio trascorso si sono incalzati e sovrapposti in dibattiti interminabili sulla ricostruzione della città. Eppoi ecco comparire la nuova dimensione dei paesaggi fisici, economici e sociali, le smart cities. Se le visioni che sottendono ai suddetti modelli possono dar luogo a incertezze e a difficoltà nelle scelte operative, una cosa è certa: ciò che nuoce alla ricostruzione-rifondazione dell’Aquila è il pregiudizio anti-urbano che, riproponendosi [i]tout court[/i] nel modello della città diffusa, impedisce di realizzare quelli che vengono considerati gli obiettivi primari di una città.

“[i]Spessore e densità urbana per vivere bene[/i]”, questo il titolo di un articolo di Francesco Gastaldi che introduce la visione di città immaginata dall’economista Edward Glaeser, il quale, con l’ausilio di dati e statistiche affascinanti, mostra la città come la grande invenzione dell’umanità e la migliore speranza per il futuro, in termini di crescita economica e sociale.

Le città devono essere 
grandi, devono essere dense, solo così diventeranno ricche. Il loro obiettivo è quello di concentrare, accelerare e diversificare le attività umane. Esse sono più produttive ed efficienti di qualsiasi altra forma insediativa, anche in termini energetici e infrastrutturali.

Le città offrono l’opportunità di creare ricchezza e ispirazioni creative, che possono risultare solo dal contatto diretto con gli altri: è la socializzazione che permette di migliorare il proprio status.

Esse hanno anche il merito di rendere le persone più creative e produttive grazie a spazi a misura d’uomo facilmente percorribili a piedi rispetto alla periferia che condanna all’utilizzo dell’auto: attraverso le condizioni di prossimità di spazi ed occasioni, permettono la costruzione di relazioni sociali assidue e intense.

In uno scenario caratterizzato da una forte spinta competitiva fra sistemi urbani per assicurarsi nuove funzioni importanti ed attrarre imprese, gran parte del confronto si misura quindi sulle capacità innovative delle centralità urbane, che rappresentano le zone maggiormente appetibili per gli operatori privati, in quanto gli investimenti garantiscono non solo un ritorno monetario, ma anche di prestigio.

L’immagine attuale della città dell’Aquila, confrontata con questo modello urbano, mostra degli aspetti che ne sfigurano il volto.

Il primo è quello riguardante la bassa densità della popolazione che si configura anche come cospicuo consumo di suolo. Ad una elevata superficie del territorio comunale (pari a 467 chilometri quadrati) fa riscontro una popolazione di appena 72.000 abitanti. A Pescara, in una superficie territoriale di appena di 33,47 chilometri quadrati, è contenuta una popolazione di ben 116.286 abitanti.

L’Aquila non è una città densa, è una città sproporzionata se si paragona la sua periferia al centro storico. Escludendo le frazioni, gli sprawl e la corona insediativa di margine, la periferia strettamente accorpata alla città murata, è sette volte più estesa del nucleo storico. E’ una città che in quanto addensata attorno al centro storico, potrebbe trasformarsi in un vero e proprio centro urbano, con i sevizi locali e quelli volti ad incrementare la sua attrattività turistica.

Oggi si configura come un’immensa periferia che si è espansa grazie alla rilocalizzazione della produzione e delle imprese fuori del nucleo compatto. Ciò che più meraviglia è che questo smisurato magma cementizio si articola in una forma di residenzialità in cui all’urbano privato delle abitazioni non corrisponde un significativo urbano pubblico. Trattasi di una crescita non regolata, priva di regole statutarie e dei valori simbolici che avevano dato vita alla città densa e compatta.

Esprimendosi come disordinato uso del suolo si configura come espressione di anti-città. Quindi una “città non città”, in cui alla crescente richiesta di accessibilità veicolare non ha fatto riscontro un’attenta valutazione della qualità complessiva dell’ambiente di vita urbano.

Alla città compatta del centro storico, dalla leggibilità dei confini e dalla articolazione degli spazi aperti e ragionevolezza del rapporto tra spazio pubblico e privato, si è sostituita un’idea di “paesaggio urbanizzato” composto in larga parte per sommatoria o giustapposizione di grappoli chiusi e autonomi, interconnessi attraverso il sistema delle reti infrastrutturali. Non è all’espansione residenziale della città o al numero dei suoi abitanti che Glaeser si rivolge quando sostiene che la città deve essere densa e grande, ma questo è quanto è avvenuto a l’Aquila, per effetto di una mancanza di visione strategica e di rispetto delle norme statutarie.

La città grande, quella che definisce l’inversione di tendenza e costituisce la risposta più efficace alla crisi economica è quella dotata di capacità di rinnovare le sue periferie con trasformazioni innovative, capace di realizzare opere pubbliche che ne accentuano il carattere monumentale.

All’interno della città moderna compresa tra Pile e Coppito si sono insediate nuove centralità industriali, commerciali, direzionali che hanno favorito quel processo di policentrismo areale che, nonostante sia stato realizzato nella assenza dei valori simbolici che avevano dato vita alla città storica, hanno introdotto nuovi luoghi centrali che hanno favorito l’affermarsi di nuove modalità di fruizione dello spazio urbano, ad integrazione di quelle tradizionali che si erano svolte lungo il Corso e i “Quattro Cantoni”.

Se il centro è lo spazio per eccellenza, attraverso cui la città si mette in mostra e si offre alla fruizione di residenti e utilizzatori temporanei, i progetti e le azioni tese alla valorizzazione di queste aree oggi appartenenti alla periferia, definiscono una inversione di tendenza che si configura come la risposta più efficace alla crisi.

L’obiettivo prioritario che dovrebbe essere perseguito nella fase di ricostruzione della città dovrebbe mirare a conferire centralità ai sette moduli della città diffusa a cui si è fatto riferimento, mediante una diversificazione delle attività e la realizzazione di una rete di spazi urbani aperti, a misura d’uomo, facilmente percorribili a piedi, orientati a favorire quelle relazioni sociali intense e frequenti a cui Edward Glaeser fa riferimento nella sua visione di città.

Oltre a contenere l’uso delle auto, tale rete migliorerebbe sensibilmente la qualità ambientale dell’immensa periferia e le conferirebbe quella peculiarità dei luoghi centrali, necessaria per attrarre nuove attività e investimenti e per migliorare il grado di creatività e di produttività delle persone.

Questa visione, d’altronde, già presente nel DNA del centro storico di l’Aquila, fu alla base di quella rifondazione angioina, la cui centralità dello spazio urbano fu assegnata proprio ad un sistema policentrico di spazi pubblici costituiti da piazze, chiese e fontane situate all’interno delle mura civiche: un sistema che contribuì sensibilmente alla fioritura della città nei secoli successivi e a farne la seconda città del regno di Napoli.

*Policentrica

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