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L’Aquila vista dall’esterno

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di Marija Marcenko*

Alle persone viene spesso consigliato di pensare fuori dagli schemi. Mi chiedo cosa succederebbe se volessi anche provare a guardare qualcosa da fuori. Essendo una straniera, dopo cinque mesi di vita in Italia, sono probabilmente già diventata una parte del mio nuovo ambiente. Nonostante questo, posso ancora avere dei punti di vista diversi su tutto ciò che vedo, se mi confronto con un cittadino italiano.

Devo ammettere che quasi fino alla coincidenza del mio trasferimento in Italia, non avevo mai sentito parlare di una città che si chiama L’Aquila.

Come mai un cittadino lituano, che vive nella capitale del paese – Vilnius, con più di mezzo milione di cittadini – può decidere di trasferire all’Aquila? Una città su cui, al momento, nel mondo non si sa nulla se non che è in sofferenza dopo il terribile terremoto di tre anni fa.

E’stata una sfida doppia per me: quasi zero conoscenza della lingua italiana, unitamente al fatto che la città sembrava abbastanza morta dal primo sguardo.

Potete immaginare la mia reazione, quando sono arrivata al centro della città. Sicuramente avevo sentito parlare della situazione e visto tantissime foto della città su internet, ma la sensazione, quando ho visto tutto da una distanza ravvicinata, è stata assolutamente inaspettata.

Era una serata feriale, non c’era quasi nessuno in città.

Tutto al buio: tutto ciò che si vedeva erano le rovine degli edifici immerse in un silenzio assoluto.

Gli edifici sono stati coperti da transenne, sulle quali ho visto tante chiavi appese, ognuna con una striscia di materiale di vari colori. Il fatto che queste chiavi appartenevano a persone che vivevano in quegli edifici mi ha fatto capire quanti di loro sono stati lasciati fuori dal terremoto e hanno perso il loro rifugio e una parte della loro vita, colti da una catastrofe che non era prevista.

La mia prima esperienza di conoscenza con la città è stata assolutamente deprimente. Quella sera ho letto decine di articoli sul terremoto, sulle costruzioni in corso e sulle vittime della tragedia. In quel momento ho sentito dolore per tutti i cittadini, per tutti gli angioletti che hanno lasciato questo mondo in quel giorno, per tutta la città che era incredibilmente vivida e gioiosa prima del 6 aprile 2009.

Il mio viaggio è continuato il giorno dopo, quando ho deciso di prendere un autobus e visitare un altro lato della città, e alla fine mi sono persa totalmente. Una donna, che io non conoscevo per niente, mi ha offerto un passaggio fino al punto dove volevo andare.

Io conoscevo pochissime parole in italiano ed è divertente ricordare come ho cercato di spiegarle la mia situazione. Poi, mi sono resa conto che non importa come la città appare dall’esterno: è piena di persone gentili e aperte, che sono sempre pronte ad aiutarti. Quel giorno ho conosciuto L’Aquila dal suo interno.

Giorno dopo giorno, ho cominciato a notare come ogni singolo cittadino della città sta cercando di mantenere L’Aquila viva. Ora, quando vado verso il centro la sera, vedo decine di persone di diverse età, si incontrano per un drink, parlano fuori dai bar e sembrano non prestare alcuna attenzione agli edifici distrutti. Questo è il vero spirito della città: ti rendi conto che neanche un disastro è capace di distruggere la fiducia della gente. Questo è ciò che porta una città verso la vita: la forza investita nelle costruzioni, la potenza dello spirito e la speranza delle persone in un domani luminoso.

* [i]Marija Marcenko è laureata in Economia e Marketing alla LCC International University e si è trasferita a L’Aquila 5 mesi fa per imparare l’italiano e trovare un lavoro. Marija parla correntemente tre lingue: russo, inglese e lituano.[/i]

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