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“Gli ideali non passano di moda”

di Cinzia Maria Rossi*

Ha fatto bene, ha fatto quello che ha voluto, senza condizionamenti, senza pensare a null’altro che morire in pace. Non volle nessun funerale…diceva che i funerali erano per tacitare i sensi di colpa dei i vivi. Una donna libera e lavoratrice. I nostri rapporti si erano deteriorati. Troppo libera anch’io. Un’unione profonda, ma segnata da liti e discussioni a non finire. Lei poi, se non riusciva a ottenere la mia “obbedienza”, si chiudeva a riccio e non mi parlava più. Fino alla volta dopo. Mi chiamava con una scusa qualsiasi, mi dava dei soldi, mi ammansiva con un qualche gioiello di famiglia…e io opportunisticamente mi facevo corrompere. Per amore, anche per amore.

Non aveva avuto figli, ma aveva avuto un grande, grandissimo amore. Schiava della passione per un uomo, si lasciava prendere e rovinare la vita dalla gelosia per le vicende amorose di quell’uomo bello e donnaiolo. Ma lei era sempre lì ad aspettarlo. Si separarono con litigi terribili di una cattiveria inimmaginabile. Soffriva, la zia, per non aver avuto figli. Ma, mi disse che non li aveva voluti, perchè non avrebbe mai messo al mondo dei figli di nessuno, nati fuori da un matrimonio, nati solo da un amore. Le leggi, allora, quando lei avrebbe potuto, erano leggi che non riconoscevano il diritto del figlio di essere un’entità sociale, se non era nato al’interno di una coppia sposata.

La mia zia aveva avuto la sfortuna di innamorarsi di un donnaiolo che lasciò una moglie, poi un’altra e poi anche lei…Come poteva fare dei figli. Ma io mi chiedo, come ha mai potuto fare una rinuncia così radicale per una donna, io lo so che quando ti scatta l’orologio biologico naturale della maternità, non puoi esimerti, non puoi proprio scappare da quel desiderio che ti strugge l’anima. Noi donne abbiamo la maternità nella testa e poi la mettiamo nella pancia con l’aiuto di un grande, sempre grande … amore.

Zia Yvonne diceva che ero io sua figlia, che quando sono nata c’era anche lei. E lei è stata la prima che mi ha preso in braccio. Mia madre era stremata dalle 36 ore di doglie, che aveva superato grazie a una bottiglia di Fundador. Sul tavolo di marmo di una cucina, come spettatori tutta la famiglia dei greci al completo, dei vicini e di un’osterica. Non c’era, nel Sessanta, anno della mia fortunosa nascita, nessun altro modo di nascere, o a volte di morire. Come adesso del resto, solo che ti obbligano a soffrire in un ospedale spersonalizzando la vita e rendendo anche la gravidanza una malattia e non un evento naturale.

Certo nascere dopo trentasei ore, è stato un miracolo, ma era tutto normale. La mamma ubriaca e la figlia viva e strillante. Zia Yvonne ha sempre lavorato. Ha vissuto la Resistenza, ha aiutato i partigiani, poi la nonna a sfamare gli altri sei figli. Il nonno abbandonò tutti per un ideale e lei prese in mano la questione sopravvivenza della famiglia quando lui morì. Una donna dura, indipendente forte, ma schiava di un sentimento d’amore mal riposto.

Quando mi sono trasferita a Pescara, lei venne più volte a trovarmi. I nostri rapporti furono veramente idilliaci, così da lontano. Ma quando nacquero i miei figli, non riuscii mai a farglieli conoscere, se non sul letto di morte. Giusto un giorno prima della sua dipartita. E la storia è molto strana. So anche il momento esatto in cui si offese così tanto da non volermi parlare più.

Era proprio il 14 luglio di 14 anni fa, ed ero a Savona con i miei gemelli. Negli anni, tra gli zii si era creata una spaccatura, per cose assurde che nessuno dei nipoti riuscì mai veramente a capire. Questioni di soldi, questioni di parole infelici dette sotto l’impulso della rabbia e del rancore. Molto spesso della sofferenza. Il tutto era iniziato a degenerare con la morte dell’amata nonna. Che tutto gestiva e che tutto sistemava. A lei si ricorreva veramente per qualsiasi cosa. Il suo libro “magico” della conoscenza…dalle erbe alle fasi lunari…aveva la risposta per tutto. Giorni buoni e giorni cattivi. Fortuna e preghiera davanti alle icone bizantine vecchie di trecento anni cadenzavano la vita di tutti. Ma la sua scomparsa fu veramente come un’esplosione nella nostra bella, grande e unita famiglia.

Quando la vogliamo ricordare ci riuniamo e ne parliamo bene e male…spesso ridiamo delle cose che diceva e troviamo il senso della morte nel ricordo delle cose che ha fatto nella sua vita.

*scrittrice

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