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Ricostruzione: Bianchi Bandinelli lancia allarme

«Presentato dal ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, l’emendamento dell’articolo 67 del “Decreto Sviluppo”, da domani all’esame del Parlamento, non si limita a dettare le misure urgenti per la chiusura della gestione dell’emergenza nel territorio abruzzese colpito dal terremoto, a oltre tre anni dalla catastrofe, ma disegna le modalità per la ricostruzione, lo sviluppo e il rilancio dei territori interessati. Vengono così inopinatamente riproposti, in particolare nell’articolo 67 quater, quei concetti e quelle scelte che fin dal marzo scorso tante allarmate critiche avevano suscitato, in particolare da parte dell’associazione Bianchi Bandinelli, quando era stato presentato un primo progetto per il futuro del centro storico dell’Aquila predisposto dall’OCSE con l’Università di Gröningen». A sottolinearlo, attraverso una nota, è la stessa associazione Bianchi Bandinelli.

«Le stesse linee d’intervento – prosegue la nota – riassumibili nel proposito di “[i]utilizzare moderne soluzioni architettoniche e ingegneristiche per modificare gli interni degli edifici con lo scopo di creare luoghi moderni destinati alla vita quotidiana, al lavoro e al tempo libero, conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici[/i]” (secondo una metodologia inconfondibilmente olandese), erano state poi ribadite il 15 giugno scorso, prevedendo le modifiche alla struttura interna e alla destinazione d’uso degli edifici, gli incrementi di superficie compatibili con la struttura tipomorfologica, le permute con il comune, la cessione di cubature/edifici del centro storico finalizzati alla realizzazione di altre cubature in differenti luoghi della città.

Del tutto conseguenti, ora, e inequivocabili, le indicazioni dell’articolo 67 quater, che prevedono, in nome della riqualificazione urbana e al fine di incentivare la delega volontaria da parte dei proprietari ai comuni delle fasi della progettazione, esecuzione e gestione dei lavori, “[i]premialità in favore dei proprietari privati interessati che ne facciano domanda, consistenti nell’ampliamento e nella diversificazione delle destinazioni d’uso, nonché, in misura non superiore al 30%, di incrementi di superficie utile.[/i]” Come si pensa di poter salvaguardare, con tali aumenti di cubature, l’integrità e l’identità culturale del centro storico del capoluogo abruzzese, e dei centri minori del cratere?»

«Evidentemente – si legge ancora nella nota – chi ha concepito l’emendamento ignora che da oltre mezzo secolo esiste una cultura del recupero, grazie alla quale sono stati messi a punto principi, procedure e regole per intervenire nei centri storici. Una cultura che è un vanto per l’Italia e che dall’Italia, attraverso esempi come quello di Bologna, o di Como, Venezia, Palermo, Brescia, di città grandi e piccole, anche esposte a rischio sismico, si è diffusa in Europa e nel resto del mondo. Con la Carta di Gubbio, approvata nel 1960, fu riconosciuto il carattere di organismo unitariamente monumentale dei centri storici, superando la distinzione del passato fra edifici di pregio (destinati alla conservazione) e tessuto edilizio di base disponibile invece per ogni genere di trasformazione. Quell’impostazione fu anche parzialmente raccolta dalla cosiddetta “legge ponte” del 1967, che per la prima volta limitò gli interventi nei centri storici al consolidamento e restauro, nel pieno rispetto del tessuto sociale esistente.

Sconcerta che il Ministro per la Coesione territoriale si occupi di problemi che non sono nelle sue competenze, ma anche più indigna il silenzio del Ministro per i Beni e le attività culturali Lorenzo Ornaghi, che accetta senza reagire la mortificante riduzione dei confini della tutela ai soli beni soggetti a vincolo, secondo una vecchia logica puntiforme.

Nella prospettiva dei fondamentali provvedimenti che il Governo tecnico sarà chiamato ad affrontare entro poche settimane – la conversione in legge del DL di riordino della Protezione Civile, la conversione in legge del DL per le zone colpite dal terremoto in Emilia, la presentazione della legge per la ricostruzione di L’Aquila -, provvedimenti rispetto ai quali l’apporto del Ministro per la Coesione territoriale sarà determinante, non resta che sperare in una visione profondamente rinnovata, al centro della quale si pongano alcuni principi inderogabili per tutte quelle situazioni nelle quali un evento distruttivo imponga una “ricostruzione” intesa nell’accezione più ampia del termine. Fra tali principi inderogabili, la salvaguardia dei valori identitari delle comunità coinvolte, sin dall’emergenza e dai primi provvedimenti; la salvaguardia dei centri storici e del patrimonio culturale, materiale e immateriale e il rispetto dell’identità storica e culturale dei luoghi; l’individuazione di forme idonee di partecipazione delle popolazioni sin dalle fasi di emergenza e quindi nei processi di ricostruzione. Le esperienze positive non mancano, dal Friuli nel 1976 a Umbria e Marche nel 1997».

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