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Alla ricerca del mito di Santo Stefano di Sessanio

di Vincenzo Battista

Dopo che guardie daziarie la salutarono sotto la porta dell’Aquila, con il rumore di fondo di rame battuto, “[i]come eterno della città[/i]”, continuo, assillante, che non dà tregua, rimbalza nei vicoli degli artigiani della piazza, quasi un logo sonoro incessante dei fabbricatori di contenitori per alimenti, il rame, “[i]come eterno della città[/i]”, annota in maniera raffinata la scrittrice quando, alle cinque e mezzo del mattino, varcò di nuovo la cinta muraria sui passi di un’altra “[i]spedizione[/i]”, così la chiama, pronta per i suoi taccuini di viaggio, scoperte e rocambolesche esperienze visive.

{{*ExtraImg_54054_ArtImgLeft_300x409_}}Ma è il mito dell’origine che cerca, attraverso i segni e i simboli del paesaggio naturale, documenti dell’altra storia di cui è alla ricerca spasmodica, fuori dai canoni tardo-ottocenteschi.

Gli gira intorno, al mito, e questo a sua volta racconta lenti cambiamenti, nascita, morte, costumi e istituzioni sociali dentro i borghi antichi che visita; forse è alla ricerca di esperienze fuori dal comune che avvolgono la comunità, la tengono fuori da contesti razionali, rifugi di una piccola comunità per declinare la quotidianità, il lavoro feudale opprimente di queste parti geografiche che visita.

Allora il mito è la chiave di lettura per comprendere il paesaggio tra arcane e magiche liturgie antropologiche e religiosità popolare che si miscelano e avvolgono tutto: “discorso” e “parola” delle comunità che fondano così la loro identità, le peculiarità, i valori di una terra primitiva incontaminata e mai aperta all’esterno, tutta chiusa come la sua cinta di case – mura.

Ma lei tutto sommato è una “nomade” della percezione istintiva e primaria, così si intuisce dai suoi scritti, calata dentro un paesaggio appenninico di rocce e case, campi d’altura coltivati, incomprensibili per quelle quote che la affascinano e la sorprendono, un paesaggio topos della mente, caratterizzato dai gesti e dalle azioni degli uomini: sceneggiature e scenografie, quelle montagne, per i suoi racconti, sì per lei, esploratrice della “[i]primitività dell’originale[/i]” poiché è così che si definisce in un profilo autobiografico. E quando le “primitività” le vanno incontro, si concentrano, il mosaico di relazioni ricompone il piccolo microcosmo di mondo del retroterra degli Abruzzi, prende forma, diventa infine ”immagine” nei suoi scritti, nei suoi diari, nelle sue riflessioni, si caricano per essere trasmesse in un altro mondo: l’Inghilterra della tarda età vittoriana.

{{*ExtraImg_54055_ArtImgRight_300x413_}}Documenti e isoipse della storia di una terra che Estella Canziani, viaggiatrice del 1914, “[i]pochi viaggiatori[/i] – scriverà – [i]si recano negli Abruzzi, poiché sono terre primitive in ogni senso della parola[/i]”, certifica alla ricerca del mito dell’origine, fatto di silenzi e luoghi selvaggi, mappa della memoria della comunità di Santo Stefano di Sessanio per decifrarne l’essenza testimoniale, l’intreccio di natura e “civiltà”, che infine viene così descritta in un brano: ‘[i]La paglia e la pula vengono usate per cuocere la calce e con esse un uomo alimenta in continuazione il fuoco. Egli dorme in un rifugio di paglia con uno spaventapasseri nero per tenere lontani i cani. La strada faceva una decisa curva a sinistra e presso degli olivi bellissimi e vecchi, alla loro ombra, c’erano gruppi di contadini ed animali che riposavano. I contadini mangiavano i semi in una specie di veccia. Ci fermammo a riposare e essi ci dissero che “riscondermi” è una buona erba e che la giuncata fatta con il latte di capra e insaporita con le mandorle è deliziosa. Aggiunsero che una volta un contadino trebbiò il giorno di San Giovanni; il terreno della sua aia si aprì e lui e i suoi abitanti, i buoi, furono inghiottiti dalla voragine, che in seguito si riempì d’acqua. La vigilia di San Giovanni i passanti odono i campanacci dei buoi e le grida dei sepolti; un simile disastro accadde anche a un cavallero a L’Aquila nel giorno di Santa Maddalena. Osservammo i bambini che giocavano. Per scegliere chi dovesse iniziare il gioco essi facevano un circolo; uno dei ragazzi stava la centro con il dito al petto i tutti gli altri – cominciando da sé – a tempo con gli accenti delle parole che seguono. La scelta cadeva sul ragazzo al quale capitava “schiatta”[/i]’.

[i](Prima di tre puntate)[/i]

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