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Il paesaggio del “fai da te”: cianfrusaglie ambientali

di Giancarlo De Amicis

“[i]Non ci si illumina immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente la tenebra[/i]”. E’ il messaggio di Jung a coloro che intendono illuminarsi.

Il volto nascosto dell’anima, l’ombra che rendiamo cosciente, che quotidianamente portiamo alla luce, è quella scritta sul volto dei nostri paesaggi, sulla loro instabilità, sulla loro bruttezza e sulla loro insufficienza nel favorire una vita umana, socialmente dignitosa.

Siamo come Dorian Gray. Agli occhi del mondo vogliamo apparire con un viso bello e innocente, con modi affabili e gentili, con un’espressione giovanile e intelligente. Tutti i sentimenti che possono suscitare imbarazzo e i comportamenti che vengono condannati dalla società li spingiamo nell’oscurità del nostro inconscio, creando quello che potremmo chiamare il contenuto dell’Ombra. Alla fine, come nel ritratto di Dorian Gray, queste qualità acquistano una loro autonomia e danno vita a un gemello invisibile che ci vive accanto o alle spalle, ma che è talmente diverso da quello che conosciamo da sembrarci un estraneo. Quando compare si sente come un ospite indesiderato. Anche se non vogliamo prenderne coscienza, la sua apparizione ci viene restituita sul grande quadro del paesaggio che ci circonda. E’ allora che le maschere della speculazione fondiaria ed edilizia, del liberismo, del cattivo governo, dell’indifferenza, del “fai da te” al di fuori di regole condivise, vengono strappate, lasciando intravvedere l’Ombra, la faccia che vogliamo tenere nascosta. E’ allora che questa ci strappa dal nostro autocompiacimento, suscitando un senso di rifiuto e di disgusto nei confronti di ciò che ci è dato di amministrare, di nutrire.

“Per quanto persistano delle declinazioni regionali di materiali e di ornamenti – sostiene l’architetto Boeri nel libro “L’Anticittà” – […] l’Italia del “fai da te” costruisce dappertutto paesaggi generici ed equivalenti.” E’ la conferma di un pervasivo stato di omologazione, in cui siamo precipitati, convinti che il riscatto dalle tradizionali forme di diseguaglianze potesse avverarsi con la liberazione dai tabù e dall’individualismo. I paesaggi generici entro cui oggi viviamo, sono lo specchio di quello che siamo e la prospettiva verso cui ci muoviamo.

Operare un salto quantico di rigenerazione, ristabilire una forma di ecologia mentale, significa, avere il coraggio di dialogare con il nostro paesaggio urbano, di questa proiezione dell’Ombra, per ricevere indicazioni sul dove vogliamo andare. Il fatto di incrociare il nostro paesaggio e di vedere in esso l’incontro con la nostra Ombra, è un’esperienza inquietante, perché ci fa provare un senso di imbarazzo, di vergogna e ci spinge a negare subito ogni responsabilità per quello che abbiamo detto o fatto. Il paesaggio in cui viviamo è un inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Quel che più dovrebbe preoccuparci di più, prima della ricostruzione del nostro centro storico, è la ricostruzione del nostro senso storico, del significato che riusciamo a dare al nostro presente come società urbana, piuttosto che come concrezione di singoli individui.

Siamo circondati, pervasi dalla genericità di paesaggi, di istituzioni, di impegni sociali; dalla genericità di orientamenti politici, volti a conservare i privilegi di casta, a pilotare l’economia verso la recessione.

Siamo una popolazione addomesticata da favoritismi e particolarismi, a cui il paesaggio risponde con altrettanti particolarismi e genericità. Non siamo una società civile, ma una concrezione di individui, un arcipelago di isole conviventi, che disperano di entrare in relazioni coinvolgenti, capaci di promuovere cambiamento di stato; a ciò ha contribuito molto il pensiero psicanalitico che ha voluto trovare la psiche solo all’interno dei singoli individui. Siamo un miscuglio di granelli di sabbia, facilmente plasmabili sotto l’influsso dei diversi venti, facilmente manipolabili se considerati in funzione dei nostri interessi privati.

Il nostro paesaggio, quello venutosi a formare nel dopoguerra, esprime l’assenza di una visione comunitaria. Meno sognante e più diretta allo scopo immediato, la nostra democrazia ha disegnato un paesaggio che non consente tipi di relazioni sociali di tipo urbano. E’ una democrazia che mentre discute liberamente su tutto, consente l’avanzata del cemento. Ci occupiamo del nostro paesaggio adornandone alcuni dettagli, senza avere cura del suo corpo ingrassato, goffo e impresentabile. Continuiamo ad esibire il ricordo di quello che abbiamo perduto, del centro storico, percependolo come espressione di una solidarietà urbana alimentata dal ricordo, ma incapaci di costruirne una nuova, negli spazi dell’oggi.

Lo spazio urbano, legato a qualcosa di immateriale e di aleatorio, è l’immagine di un luogo che si costruisce intorno ad un’idea condivisa. Di tutto questo ci siamo privati e continuiamo a privarcene perché legati a quelle forme di governo che assicurano solo una partecipazione apparente alla res pubblica, in cui ogni prospettiva di nuove visioni di città è bloccata dall’avanzata di interessi privati. E’ un comportamento di uomini ispirato ad uno strano rapporto col divino che “[i]…credono in Dio, ma fanno come se ei non fusse…[/i]”.

Interesse pubblico e interesse privato si intrecciano e, rendendo indefinito il confine, giustificano un egocentrismo (individuale o di gruppo) che si afferma e prolifera, spacciandosi per solidarietà urbana. Nella nostra città non abbiamo costruito nuove immagini di luoghi centrali, perché avevamo quelle ereditate dal passato; e in ciò facendo non ci siamo accorti che oggi più che mai, le città o sono simboli, oppure semplicemente non sono.

Noi aquilani, da “ego-centrici” siamo diventati “ego-periferici”, individui confinati nei recinti delle nostre scialbe periferie, tra rombi di motori e paesaggi equivalenti nella loro insignificanza simbolica. E tutto questo grazie all’esercizio di una democrazia che, sotto le insegne dei piani regolatori ha partorito paesaggi morti, e che oggi, rapita da nuove convulsioni culturali, si riempie il palato di “piani strategici”, e li associa con felice noncuranza, ai ninnoli che adornano i parchi storici della città. Il paesaggio urbano è malato, informe; altro che ninnoli! Persistiamo nell’affermare l’ideale ed il valore attrattivo del centro storico, ma ne rendiamo sempre più problematica la sua godibilità e attrattività, perché continuiamo a celebrarla come il tempio della burocrazia, quella stessa che ha partorito il paesaggio delle periferie, l’Ombra che narra le vicende degli aquilani, una moltitudine di individui solitari e ammassati, così come d’altronde i loro edifici. E’ il trionfo di una democrazia con lo sguardo rivolto al perseguimento del benessere e con le gambe affossate nelle sabbie mobili delle crisi economiche, delle recessioni. Non illudiamoci: oggi non possiamo godere del centro storico, di quel paradiso lasciatoci in eredità dai nostri avi; oggi viviamo nell’inferno che ci siamo costruito noi, figli della democrazia, del libero mercato, noi liberi dai tabù e dagli oppi che hanno afflitto fino a ieri l’umanità. Da questo inferno possiamo uscirne solo attraverso due porte: attraverso la “porta larga” che apre al quotidiano andirivieni in questo labirintico inferno; oppure attraverso la “porta stretta”, da cui si riconosce appena la traccia del sentiero, che ciascuno deve individuare dapprima dentro di sé, per farne poi patrimonio comune, e riconfigurare così il nostro paesaggio pubblico.

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