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Crolli via Sturzo, il Pm chiede 3 anni

di Sarah Porfirio

Sono 3 gli anni chiesti dal Pubblico ministero, Fabio Picuti, per l’unico imputato per il crollo delle 2 palazzine di via Sturzo, dove la notte del 6 aprile persero la vita 29 persone, Augusto Angelini. Nella richiesta il Pm ha tenuto conto sia della concausa dell’evento sismico , sia della coperazione colposa con altre 3 persone, Andrea Ceci, Salvatore Cimino, Remo Ponzi, non a processo perché decedute.

La discussione del Pm, durata poco più di un’ora, ripercorre la storia giudiziaria del procedimento che inizialmente era suddiviso in due fascicoli.

Il civico al numero 33 era stato edificato nel 1962 mentre il civico 39 era stato realizzato 4 anni dopo, nel 1966. «È evidente che la scossa ha avuto un’incidenza sul crollo, ma il crollo non è dipeso unicamente dal sisma, e non è quindi causa unica, il crollo si è verificato per concorso di cause».

La magnitudo della scossa rientra nella sismicità attesa e prevedibile nell’area aquilana, incidenza rilevata dallo studio effettuato da Domenico Salvatore in collaborazione con Luis Decanini, né la natura del terreno ha determinato un’amplificazione della potenza distruttiva del terremoto identificato dallo studio geologico di Alessandro Loré come terreno di tipo B, conforme a quello di tutta la città dell’Aquila.

«Gli unici due edifici crollati in via Sturzo sono solamente i 2 a processo – ha affermato Picuti –, tutti gli altri sono in piedi, sono lesionati ma nessuno vi è morto». Un appunto che introduce le gravi violazioni di legge identificate dalla Procura: «Le travi non sono state realizzate con il reticolo ortogonale, il medesimo errore commesso anche nelle strutture crollate della Casa dello Studente e di via di Campo di Fossa». Ma non solo, il Pm sottolinea «il numero inferiore di staffe rispetto al minimo richiesto. Sin dagli anni 30, la normativa tecnica predispone una staffa ogni 20 centimetri, misura qui non eseguita dato che era poste anche ad un metro, un metro e mezzo di distanza».

E ancora, i pilastri: «Una casa di 5 piani non può avere una cassaforma e un’armatura così alta. I pilastri erano fatti in maniera pessima perché si vedeva lo stacco nella colonna, avevamo tante colonnine messe una sopra l’altra invece di una struttura unica. Erano palazzi nati in modo fragili, con violazioni costruttive rilevantissime».

Nel civico 33, Angelini «è stato unico e solo direttore dei lavori. Per legge – le parole di Picuti – è il garante nei confronti di chi lo nomina, il committente, e nei confronti dell’ente pubblico che ha dato la concessione edilizia, il Comune, della buona e puntuale esecuzione dei lavori in conformità con la normativa». Figura, quella del direttore dei lavori, istituita sin dal Regio decreto del 1895. «Se Angelini avesse adempiuto ai suoi doveri, il palazzo non sarebbe crollato».

Per il civico 39, invece, Picuti ha scoperto le carte in contrapposizione con la strada percorsa dal legale dell’imputato. Secondo il documento del 19 aprile del 66 redatto dal Genio civile recatosi sul cantiere per i controlli, non compare, infatti, Angelini come direttore dei lavori. «Lo stabile edificato nel 1965 e ultimato nella primavera del 1966 e l’unico direttore dei lavori era Angelini perché c’è un atto di nomina da parte del Committente, Ceci, che il 3 luglio 1965 ne fece comunicazione proprio al Genio civile. Nell’aprile del 66 il funzionario scrisse che il condominio non era più ispezionabile dato lo stato dei lavori. Era praticamente ultimato».

Per i capi d’imputazione del processo,il disastro colposo innominato, la pena va da uno a 5 anni di reclusione e per l’omicidio colposo plurimo, aggravato a sensi dell’ultimo comma dell’articolo 589, la pena arriva a 15 anni.

Il processo riprenderà il 30 ottobre.

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