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L’Aquila, Confesercenti: rischio chiusura per 2.000 entro giugno

L’Aquila, 22 mar 2012 – «Se chiudono le nostre aziende, chiudono le nostre città». È questo lo slogan delle piccole e medie imprese del commercio, del turismo, dell’artigianato e dei servizi della provincia di L’Aquila, che da oggi entrano in stato di agitazione proclamato dalla Confesercenti. A mettere in allerta le piccole aziende dell’Aquilano è la crisi dei rapporti con le istituzioni nelle varie articolazioni, una crisi che si trasforma in una pressione fiscale e contributiva ormai insostenibile e soprattutto in una crisi dei consumi che non ha eguali nel Dopoguerra e alle prese con una ricostruzione che stenta a decollare.

«Il 75 per cento delle aziende – spiega la Confesercenti provinciale dell’Aquila – risulta in regola con gli studi di settore ma la nostra viene additata come una categoria di evasori fiscali con tanto di proposta di black list. Ai nostri clienti, che spendono sempre meno, saremo costretti ad applicare l’IVA più alta d’Europa e le aziende turistiche saranno costrette ad aumentare le tariffe a causa di una tassa di soggiorno che le renderà meno competitive rispetto a destinazioni sempre più aggressive. Le aliquote regionali restano ancora su livelli molto più alti di altre regioni limitrofe. Da parte delle agenzie di riscossione è in atto un vero e proprio attacco alle nostre aziende in difficoltà mentre le banche non riaprono i rubinetti del credito nonostante gli aiuti pubblici, e l’assenza di una grande banca regionale si fa sentire molto. Il rischio concreto è che migliaia di aziende chiudano i battenti definitivamente».

Nel 2011 in provincia dell’Aquila hanno chiuso i battenti 1.867 aziende, e il rischio è che entro i primi sei mesi del 2012 – secondo una previsione del Centro studi di Confesercenti Abruzzo – chiuderanno almeno altre 900.

«I nostri settori, ovvero commercio, artigianato, turismo e servizi in Abruzzo garantiscono circa il 70 per cento dell’occupazione – prosegue la Confesercenti provinciale dell’Aquila – e continuiamo ad esercitare una funzione sociale ed economica determinante. Eppure l’attacco alle nostre aziende avviene in maniera costante ed in un contesto allarmante per le piccole imprese, chiamate a subire una liberalizzazione degli orari commerciali che non ha eguali in Europa e che favorisce solo la grande distribuzione, così come questo attacco frontale da parte del governo rischia solo di favorire il definitivo ingresso dei grandi gruppi internazionali anche nei centri urbani». 

Per questa ragione, a partire da oggi, le piccole e medie imprese della provincia dell’Aquila si mobiliteranno. Affiggeranno una locandina alle vetrine e verranno organizzate assemblee nei centri maggiori, incontri nei mercati e nelle aziende, assemblee di settore.

«Alla politica lanciamo un messaggio forte: se chiudono le nostre imprese chiudono le nostre città» prosegue Confesercenti, «e per questo occorre ripartire dal basso e dai rapporti con le amministrazioni locali che sono chiamate, in questi mesi, a compiere scelte importanti come la scelta delle aliquote sull’IMU: daremo battaglia per evitare che i Comuni considerino le nostre imprese come un bancomat».

IN ABRUZZO A RISCHIO 5MILA IMPRESE – Almeno cinquemila piccole e medie imprese abruzzesi operanti nel settore del commercio al dettaglio e dell’artigianato a rischio chiusura, fatturato sceso del 14% in tre anni e riduzione dei consumi pari all’1,4%. Sono alcuni dei dati diffusi dalla Confesercenti Abruzzo, che ha proclamato lo stato di agitazione, annunciando mobilitazioni nelle diverse città della regione. Nel 2011 – rileva l’associazione di categoria – hanno chiuso i battenti oltre 10.225 imprese e il saldo fra aperture e chiudure resta positivo parte per due ragioni: la trasformazione in lavoro autonomo di contratti di lavoro prevalentemente subordinato e il ricorso alla microimpresa come rifugio dalla disoccupazione. Le piccole e medie imprese abruzzesi, secondo la Confederazione, garantiscono oggi il 70% dell’occupazione privata e il 45% della ricchezza prodotta nella regione, rappresentando "uno dei pochi strumenti di ammortizzazione sociale dal basso e a costo zero per lo Stato". Le famiglie abruzzesi, il cui reddito disponibile si è complessivamente già ridotto, in termini reali, di oltre cinque punti percentuali in un triennio – rileva ancora Confesercenti -, si trovano ora pericolosamente esposte alle turbolenze in atto. Tanto che i consumi hanno ripreso a ridursi già negli ultimi mesi del 2011 e, per l’anno in corso, si prevede una riduzione dell’1,4% circa, che proseguirà anche nel 2013, con almeno il -0,5%. Questa situazione porta al crollo delle vendite nel settore del commercio al dettaglio: negli ultimi tre anni le imprese hanno registrato una flessione del fatturato pari al 6%, che diventa il -14% se si calcola la dinamica delle vendite al netto dell’inflazione dei beni.