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L’Aquila: riconoscere e ricomporre i vuoti dimenticati della città

di Giancarlo De Amicis – Molti, a torto, ritengono che l’idea di scenografia urbana nella nostra città sia tramontata con il secondo dopoguerra e ancor più con il sisma del 6 aprile. Ciò non è vero. L’unica differenza rispetto alla tradizione risiede nel suo procedere per frammenti che si relazionano a posteriori, piuttosto che in un generale disegno prefigurativo ex ante. La questione perciò riguarda la comprensione del “come” agire sui vuoti generici, diffusi nel nostro paesaggio urbano e ricomporli in una visione unitaria complessa. Il progetto non può certamente riproporre un disegno fissato a priori, che scaturisca dalla declinazione di tipologie formali precostituite. Si tratta piuttosto di agire attraverso una ricomposizione di frammenti, proponendo delle fattibili connessioni a posteriori, che partano dal riconoscimento e dall’identificazione di quei “frammenti vuoti” come possibili materiali del progetto urbano. Ciò significa individuare una legge fondativa della relazione, capace di connettere in una configurazione, elementi distribuiti nel tempo e nello spazio, a partire dalla descrizione di un campo limitato.

L’abitudine a lavorare con materiali provenienti da diverse stratificazioni storiche, da allineare sullo stesso piano, secondo principi che vanno al di là del bricolage, è un attributo proprio del lavoro dell’architetto. Nella città dell’Aquila, tra i “materiali” provenienti da diversi periodi storici si ritrovano vuoti stabili, consolidati, quali viali, piazze, strade, parchi che, nel corso del tempo hanno conservato la loro conformazione originaria e che attraverso la permanenza della loro forma, oggi sono testimoni della storia della “morfologia” della città e della sua identità. Tuttavia ci sono anche vuoti residuali o marginali che hanno perduto il loro aspetto iniziale, ci sono molti vuoti di risulta, che si mostrano come scarti di un processo di trasformazione noncurante della forma e delle relazioni urbane. Tutti questi vuoti, consolidati e non, sono il materiale con cui il progetto di architettura del paesaggio urbano oggi deve confrontarsi per  riscattarsi dalle gravi intemperanze generate in gran parte da una deregulation che, nel  trascorso triennio ha raggiunto valori impensabili. Bisogna solo saperli riconoscere e comprenderne il senso più profondo, per trovare una legge fondativa della relazione.

Nella seconda metà del secolo scorso “l’architettura dell’incontro” si è identificata rivolgendo l’attenzione allo spazio pubblico, alle attrezzature collettive, ai cosiddetti condensatori sociali, dove il concetto-chiave s’incentrava sul tema della centralità. All’attenzione per  questi catalizzatori si è associata quella per la forma dello spazio urbano, nella sua versione di piazza e strada, e in ciò rimettendo in discussione i postulati modernisti che avevano disdegnato il riferimento agli spazi della città storica. Oggi il concetto di spazio pubblico va cambiando progressivamente e la centralità delle attrezzature collettive si va affievolendo. Sono emersi altri luoghi di aggregazione, in cui all’individuo è concesso di condurre una vita in modo sempre più autonomo, dove l’incontro collettivo è sempre più spesso un’occasione trovata piuttosto che cercata, dove il “trovare” non è inteso come ricerca mirata di luoghi, ma come ritrovamento più o meno casuale o occasionale, che ricorre nel nostro vivere quotidiano, avvezzo ormai a navigare sui siti internet, stracolmi di termini americani fondati sul movimento in atto: browsing, shopping, ecc. La socialità, la cultura e lo spazio urbano si adeguano a tali ritmi di movimento, in cui il prevalere del temporaneo, del transitorio e dell’itinerante segna il passaggio dal concetto di accessibilità a quello di permeabilità. Lo spazio permeabile è sostanzialmente uno spazio di transito, di passaggio indiscriminato, piuttosto che uno spazio di arrivo e di sosta, che esprime il senso di movimento e di nomadismo, tipico della nostra civiltà. Alle collezioni museali permanenti, troppo istituzionali e statiche nella loro permanenza, si preferiscono le esposizioni occasionali, temporanee, gli allestimenti. In un negozio si entra e si chiede, in un supermercato si passa e si prende; in un ristorante si entra e si ordina, in un self-service si passa e si prende. Un negozio o un ristorante tradizionale sono “accessibili”,  un supermercato o un self-service sono “permeabili”. Secondo questa visione l’architettura è sempre meno un’architettura oggettuale e sempre più un’architettura relazionale, un involucro in cui la modellazione del suolo costruisce anche lo spazio pubblico, che ingloba al suo interno più spazi e funzioni della città. In questa prospettiva si inquadra la volontà di riconsegnare il perduto protagonismo al fiume Aterno, mediante la costituzione di un “Parco fluviale”, quale perno e sostegno della riqualificazione urbanistica della città, nella sua estensione territoriale.

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