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Perché il giorno della memoria

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L’Aquila, 27 gen 2012 – La celebrazione di venerdì 27 gennaio del “Giorno della Memoria” offre lo spunto per alcune riflessioni. Innanzitutto: perché proprio la Shoah, perché non altri eventi? Perché “sacralizzare” il 27 gennaio, col rischio di svuotarlo, decontestualizzarlo, “banalizzarlo”? Inutile nascondere che vi siano dei dubbi sulla utilità di tale giornata, almeno per come generalmente si compie; lo stesso rischio avviene per altri “giorni” (ad esempio quello del “Ricordo”). Sappiamo che la data scelta, codificata nella legge 20 luglio 2000, n. 211, ha riguardato l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte dei sovietici. E’ una data importante, ma che ha generato un generale equivoco, come se da allora tutto sia finito, quasi come se Auschwitz sia stato un “unicum”, quando i rastrellamenti, le “marce della morte” e i massacri proseguirono dopo (c’erano prigionieri in altri campi ancora nel mese di maggio!), quasi come se vi sia stato solo Auschwitz, e non una rete fittissima di campi, e una striscia ininterrotta di massacri. Proprio quel 27 gennaio per alcuni versi ci allontana da un nostro vissuto particolare, cosa che non hanno fatto ad esempio in Francia, dove si ricorda il 17 luglio ’42, giorno della deportazione degli ebrei da Parigi, con la complicità del governo di Vichy. In Italia le responsabilità non sono state giudicate adeguatamente, come sappiamo (basti ricordare l’esempio abruzzese, dove c’è stata la maggiore densità in rapporto al territorio di aree di internamento, oppure la strategia concentrazionaria nei territori slavi).Si dice “parliamo di questi fatti perché non si ripetano più”: fosse così semplice! Lo stesso si diceva dopo la prima guerra mondiale.Che fare, allora?Innanzitutto occorre che si affrontino percorsi di insegnamento-apprendimento tali che si possa impegnare e stimolare la curiosità intellettuale, al fine di promuovere il pensiero critico e la crescita personale, così da permettere una più chiara comprensione di una storia complessa, che ha radici nel cuore stesso dell’animo umano, e che si è imbevuta, distorcendole, delle teorie nate dall’Illuminismo, dal Romanticismo, dal Darwinismo: i fatti storici vanno conosciuti nella loro interezza e complessità. Si deve conoscere la Shoah perché è stato l’evento spartiacque, non soltanto per il XX secolo, ma anche nell’intera storia dell’umanità: la distruzione di milioni di persone, accomunate da una appartenenza, ha messo in discussione in assoluto i fondamenti della civiltà. Attraverso la Shoah si possono comprendere gli snodi dell’uso e dell’abuso del potere, dei diversi gradi di responsabilità degli individui. Il suo studio aiuta a meglio comprendere le ramificazioni del pregiudizio, del razzismo, dell’antisemitismo e del ragionamento per stereotipi in qualsiasi società. Aiuta a sviluppare la consapevolezza del valore della diversità in una società pluralista e la sensibilità alle peculiarità delle minoranze. Si deve capire una volta per tutte che non si è trattato di azioni compiute da folli, dei pazzi scatenati, ma che c’è stato un sistema organico, formato da ideologi, ideatori e “volenterosi carnefici” (ad esempio quello che voltava la testa, l’industriale, il ferroviere che faceva partire il treno piombato, il docente che insegnava la matematica o la biologia razzista, l’impiegato che stilava le liste, il medico che applicava il programma T4, l’ingegnere che ideava il lager, il progettista dei forni crematori.). Dopo “Auschwitz” (nome in questo caso simbolico, collettivo) l’uomo per la prima volta si è trovato veramente di fronte ad una lacerazione profonda di quella trama di solidarietà elementare che fa sì che gli esseri umani, nonostante i loro conflitti, le loro ostilità, si possano reciprocamente riconoscersi come tali. Per la prima volta l’altro è inferiore per motivi scientifici, frutto non di quella razionalità libera (che permette di pensare), ma di quella che non pensa moralmente, in cui non c’è spazio per una coscienza viva della comune umanità: quella che è stata definita “razionalità paranoica” (basata su idee deliranti), che si avvale di una razionalità strumentale (“le fabbriche della morte”).
Come ha affermato Zygmunt Bauman «Sappiamo di vivere in una società che rese possibile l’olocausto e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi». Non dimentichiamo che il razzismo non viene da antiche barbarie, da lontani retaggi: è la manifestazione della barbarie moderna, perché (ahinoi) risponde a bisogni radicati nella modernità, in cui il disagio colloca le vittime delle discriminazioni in una scala gerarchica.
Termini quali ebreo – zingaro – handicappato – omosessuale sono usati nel linguaggio collettivo con significato negativo o come epiteto offensivo. La parola “ebreo” non si riferisce ad un individuo, ma classifica monoliticamente un gruppo, politicizzando il termine in funzione anti-israeliana. Recenti fatti in Italia (Firenze, Torino), all’estero (Ungheria, Francia, Svezia), il negazionismo, fanno capire che la soglia di attenzione deve rimanere alta. La ragione e le risorse dell’intelligenza devono essere usate; si deve usare il diritto all’ingerenza, perché non si può, non si deve restare silenziosi, inerti, indifferenti. Capiamo quanto si perde per la civiltà umana. Capiamo e respingiamo la minaccia dei movimenti radicali ed estremisti, e dei totalitarismi.Stiamo vigili sulle forme di antisemitismo, di xenofobia, di odio. Accendiamo i riflettori sui genocidi. Conosciamo le vittime, i testimoni, i sopravvissuti, i “giusti”. Promuoviamo il rispetto dei diritti umani, in particolare per le minoranze. Pensiamo criticamente e moralmente. Così, partendo dalla lezione complessa della Shoah, il “Giorno della Memoria” non sarà un temporaneo contenitore emozionale. 
di David Adacher (Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea)

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