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In nome della città dell’Aquila

[i]di Vincenzo Battista [/i]- “Si animarono gli smarriti Cittadini rendendoli coraggiosi a’ non dishabitare dalla loro Patria…”. Scritto così sembra poco più di un epigrafe, una citazione, una lapide, un epitaffio solenne, un monito di quelli che fanno mormorare gli studenti a scuola e forse fanno girare la testa dall’altra parte, indifferenti.

Parole distanti, molto distanti, che non sappiamo più riconoscere, ma che tuttavia sono “nostre”, ci spettano di diritto, inconsapevolmente, in una sorte di legame, poiché sono custodite, queste parole, in un antico processo mentale, quasi testamentario, nel Dna di questa città: un codice: “In nome della città dell’Aquila”, ossia la molecola chiave della solidarietà, la partecipazione, il consenso e soprattutto la concordia (che sembrano scaraventate lontano, indecifrabili, grondanti di retorica) oggi smarrite; ma anche informazione genetica della spiritualità e della coscienza civile e collettiva pronta a costruire il futuro.

Parole che possono sembrare vane, ininfluenti e distanti per le “attese incomprensibili”, i diritti, calpestati, della città e delle sue persone per i ritardi della ricostruzione del centro storico. Ma le particelle chimiche sono la nostra impronta, comunque la pensiamo, tutt’uno con i quarti con i quali si sono sempre misurate dopo i terremoti, in un progetto, un’ idea spalancata sull’ignoto, sul tempo impietoso che trascorreva, indecifrabile, riempito di lutti, senza identità in cui riconoscersi e senza più autorevolezza da negoziare (anche le montagne, forse complici, l’hanno voluta così la città). Ma queste particelle, appunto, non sono andate perdute, ma nel “nastro”, viceversa, sono state registrate “le informazioni” per identificarci: deposito antropologico, sigillo della nostra appartenenza.

“In nome della città dell’Aquila” è quindi la matrice, il segmento in definitiva, il “tracciato” di questa molecola del Dna che finalmente si rivela, si apre, si manifesta con tutta la sua forza nella città e negli uomini che l’hanno abitata e così lasciata, tra lacrime e sangue, in periodi lontani, in un viaggio nel tempo e nello spazio dove ha avuto origine, appunto, questo minuscolo frammento di particella, ed ha “imparato a sopravvivere”, tra queste montagne, da tempo immemorabile.

“Il giorno due febbraio 1703 – è scritto in una relazione – festa della Purificazione di Maria Sempre Vergine Nostra Signora, su l’ore diciotto, e mezza, celebrandosi l’ultima messa per le Funzioni della distribuzione delle candele, si fece di nuovo sentire nella medesima Città del’Aquila con trepidante scosse il Terremoto e danneggiò a segno…” causando, secondo alcune stime, circa 3000 morti, su una popolazione superstite di 6600 persone che lì seppellirono, tra le macerie, nei grandi spazi metafisici causati dai crolli dentro le mura dell’Aquila, in uno spettacolo devastante di luogo altro, non più la città condivisa, che si apriva davanti agli occhi dell’immane tragedia collettiva.

I cavalieri dell’Apocalisse si erano affacciati dalle montagne di Roio, Assergi, Ocre e Arischia, narra una leggenda popolare, ed erano scesi con i loro stalloni neri che soffiavano fiamme e fuoco e lanciavano lamenti lugubri e infernali. Avevano dato battaglia, scaraventando le antiche porte della città ed erano entrati, per il loro dividendo, da spartirsi. Ma prima dell’esodo più volte annunciato, la fuga della popolazione dalla città morta, senza futuro e speranze, sito di rovine dai pali alzati che segnalavano i dispersi, fumo e lamenti, la molecola del Dna s’impose nella volontà di ricominciare di nuovo, ebbe la meglio sulla lacerazione del tessuto sociale e si riconobbe dentro la scia di lutti e devastazione degli intimi spazi urbani violati, viaggiò nei quarti, nelle macerie guadò le chiese dirute, girò nei luoghi sociali divelti, visse quell’identità, unica nell’Italia degli stati, strutturale e culturale di una città di frontiera, ma “In nome della città dell’Aquila” no, non fu seppellita, divenne invece più di un’espressione geografica, un lascito, un’eredità spirituale, che riecheggia nelle certe consumate dei documenti d’epoca, in un accorato appello, in una sorta di logo dell’identità, insistentemente presente nei manoscritti di E. Mariani (seconda metà dell’Ottocento) quando ci descrive la città di mastri, muratori, giovani, gente comune che forma comitati, si aggrega, oltre le istituzioni, gente comune che dà le giornate di lavoro per la ricostruzione. “In nome della città dell’Aquila” fornisce calce, chiodi, tegole, tavole, grano e pane, manodopera, trasporti e alloggi, ducati e carlini per rialzare gli edifici materiali e simbolici della quotidianità: venne “trattenuta”, questa molecola in definitiva, conservata a lungo, come un film in bianco e nero protetto da particolari temperature, in uno straordinario resoconto antropologico dell’identità giunto fino a noi, nessuno escluso, fino alla ricostruzione.

(Continua. Prima di quattro parti)

[Foto di Vincenzo Battista]

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