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Quei simboli appena sbocciati di zafferano

di Vincenzo Battista

{{*ExtraImg_238567_ArtImgRight_300x400_}}Sotto l’Himalaya (dal Sancritto dimora delle nevi), “la montagna”, chiave di volta del pianeta, desiderio indecifrabile e incubo per gli alpinisti di tutti i tempi ma anche simbolo–madre di tutte le piramidi geologiche, poiché proprio lì giace l’immaginario collettivo della “sfida” all’ascesa, la scalata, “messaggio” arcano, indecifrabile e controverso, per consegnarlo una volta in vetta non soltanto ai primati, ma all’umanità. . . sta tra il Pakistan e L’India una regione tra i monti del Karakorum: il Kashimir “conca dorata”, paesaggio incantato di fiori, con il tempo che sembra rallentato, un altro tempo forse, vissuto quasi esclusivamente intorno al fiore del coraggio, della raffinatezza e della forza guerriera, tanto che i gesti che si consumano dentro i campi durante la sua raccolta, sono diventati anche passi di danza, sigilli di coreografia teatrali per le rappresentazioni di una curva culturale raffinata, imitazione del valore della terra, dall’alto valore simbolico, che agita i suoi frutti.

{{*ExtraImg_238568_ArtImgRight_300x411_}}I corpi ripiegati, curvi e leggeri, quasi ondeggiano nei vasti ripiani, mentre abili mani esperte sbucano dalle vesti e prendono i fiori appena sbocciati dello zafferano, i calici violacei con dentro gli stimmi regali, sacri, materia colorante che veniva spalmata sulle braccia e sul petto delle donne maritate indiane, contrassegno della condizione coniugale; oppure scambiata come carta moneta e infine utilizzata per dare quel colore all’abito del Dalài – lama, il capo supremo del lamaismo e bubbismo tibetano che ha scelto le vette per guardare e purificarsi fin oltre gli oceani, dare spiegazioni alla mente, alle emozioni, ai pensieri e ai diversi modi di modificarli e trasformarli.

{{*ExtraImg_238569_ArtImgRight_300x400_}}E’ la montagna che determina le affinità? Dall’altra parte del pianeta, tra le montagne, è il Canto dei Cantici che risponde: “[i]I tuoi germogli sono un giardino di melegrane, con i frutti più squisiti, alberi di Cipro con nardo e zafferano, cannella e cinnamomo, con ogni specie d’alberi da incenso[/i]”, citazione che si allunga fino alle prediche che tenne San Bernardino contro gli illeciti guadagni della preziosa droga dello zafferano con le “quattro circostanze”, metafora del peccato: “[i]Primo è occultare la verità. Secondo è usare vari pesi e misure. Terzo è bagnare e umidare la mercanzia. Quarto, dare le cose non lecite. Anco nocive[/i]”; fino alla descrizioni di Silone: “[i]Eravamo entrati nel Piano di Navelli. Che splendide coltivazioni. I bene ordinati campi di zafferano, di legumi, di cereali, avevano la bellezza di un giardino, e dimostravano un amore per la terra che commuoveva. . . [/i]”.

{{*ExtraImg_238570_ArtImgRight_300x430_}}Ancora il valore della terra, mito esistenziale, custodita dentro se stessi e nei grandi pianori che declinano dal Gran Sasso, ferma l’inquadratura ancora sullo zafferano: “La zuffrana” dell’elemosina, per i poveri, lasciata nei cesti dentro i vicoli del borgo di Navelli, riconoscibile da quell’odore che viene dritto dal mondo antico, perché di quell’oro diverso tra le montagne nessuno venga dimenticato.

Ogni anno l’11 dicembre, è il giorno dedicato in tutto il mondo alla montagna e al bisogno che rappresenta non solo per lo spirito, ma per il simbolo–forza che unisce, accomuna, fino ai peaks, passet end glaciers: le vette, gli alti valichi e ghiacciai, conquistati. Qualcuno si sarà fermato quel giorno a guardare; altri le hanno raggiunte, le vette ma dopo aver lasciato alle spalle i campi di zafferano.

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