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L’Aquila: il tempo e gli spazi di una città slow

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"E’ tempo che il mio impero, già troppo cresciuto verso fuori – pensava il Kan – cominci a crescere al di dentro [.] e nei suoi sogni ora appaiono città leggere come aquiloni, città traforate come pizzi, città trasparenti come zanzariere, città nervatura di foglia, città linea della mano, città filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore." (da” Le città invisibili” di Italo Calvino).

Dopo il 2009 lo spazio urbano della nostra città è andato sempre più dilatandosi  e diluendosi, assumendo un aspetto sempre più improntato alla distanza, alla velocità, all’automobile. Strade, rotatorie e parcheggi rappresentano oggi la matrice primaria della città che, dalle porte di Amiternum si dilata fino ad Aveja. Cosa significa “crescere al di dentro” per l’Aquila? Significa cominciare a riflettere sulla qualità della vita, sulle relazioni umane nel contesto cittadino, su un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento ambientale ed economico, cominciando a scommettere sulle fasce sociali più deboli, e quindi rallentando i ritmi vitali per darsi tempo di costruire qualità in tutti i settori del vivere civile. E cosa vuol dire ristrutturare il centro storico, bonificare la periferia e l’intera città diffusa?

Come ha fatto rilevare Valerio Calzolaio nel documento sulle “Città sostenibili dei Bambini e delle Bambine”- presentato alla Conferenza Habitat II di Istanbul nel giugno del ’96 – vuol dire “individuare un paradigma di sperimentazione di nuovi tempi di vita, un soggetto sociale di riferimento, un misuratore di qualità delle trasformazioni” e della ricostruzione. Nel futuro pochi si domanderanno quanto tempo sia occorso per ricostruire l’Aquila, ma molti si soffermeranno sui criteri seguiti nella sua ricostruzione.  Grazie al suo rilassato evolversi, ai tempi della sua lenta stratificazione,  il centro storico  è riuscito a manifestare la sua eccellenza e la sua capacità di farsi luogo dell’accoglienza: lo spirito dei luoghi, il genius loci, si genera e si percepisce solo nella lentezza.

La “città nuova” invece – quella della periferia e del recente post-terremoto – generata sotto il segno dell’accelerazione, è interamente tiranneggiata dallo spirito della macchina, uno spirito che, dopo aver conquistato il mondo, ha imposto all’uomo il suo rigore fondato sull’efficienza e la rapidità. Assimilando i suoi ritmi temporali ci siamo incautamente allontanati dai ritmi umani. “Noi sogniamo originalità e autonomia – denunciava Holderlin – crediamo di dire solo il nuovo, e tutto questo non è che una reazione, una sorta di mite vendetta contro lo stato di servitù in cui ci troviamo verso l’antichità”. E’ la natura a ricordarci che tutto ciò che si evolve, cresce e fiorisce, si muove a piccoli passi. La qualità urbana e l’autonomia che sogniamo vanno realizzate adeguandole ai ritmi lenti dell’uomo e della natura. Tra le cose concrete (materiali e immateriali) di  cui abbiamo bisogno c’è l’ambiente naturale, lo spazio urbano della convivialità, i luoghi storici e i  beni culturali, i servizi collettivi fruibili, le culture che si trasmettono, il tempo libero. Territorio/risorse, trasporti/mobilità, servizi/cura – prosegue Valerio Calzolaio nel suo documento – non sono altro che oggetti, che vanno rigenerati e orientati per migliorare i tempi della nostra vita di cittadini e la qualità urbana.

La nuova immagine di L’Aquila, quella che va affiancata alla città della produzione, è la città slow che nelle fasce sociali più fragili  – quella degli anziani e dei bambini – riconosce il soggetto sociale di riferimento, il misuratore di qualità delle trasformazioni urbane. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Salute, fra quarant’anni, globalmente, la popolazione degli over-sessanta raddoppierà rispetto a quella del 2006, passando dall´11% al 22%. E’ un parametro di vitale importanza, che va ad incrementare di nuove tematiche la visione della città che ci accingiamo a rigenerare. Iltempo della nostra città deve adattarsi ai ritmi degli anziani, che silenziosamente sollecitano la creazione di adeguati spazi pubblici, distribuiti nei diversi ambiti della città policentrica. Tra questi, i giardini terapeutici, che si configurano come luoghi di vitale importanza per l’intera città, se concepiti come sistemi abitabili da più soggetti – con bisogni e caratteristiche diverse ma integrabili – che accolgono spazi e situazioni che saranno percepiti dai fruitori come familiari, facilmente riconoscibili e facenti parte del proprio desiderio di “natura”. Tali spazi potranno essere ri-configurati senza sforzo come scenari destinati ad un uso più propriamente scientifico e terapeutico. La comunità aquilana, inoltre, trarrebbe grande beneficio se il tempo della città si adattasse anche ai ritmi dei bambini.

Questi infatti costituiscono un eccellente indicatore di sostenibilità. Sin dall’inizio il progetto “La città dei Bambini“, sorta nel 1991 a Fano,  si è dato una motivazione politica: operare per una nuova forma di governance  urbana, che assumesse i bambini come parametri e garanti delle necessità di tutti i cittadini, per una città diversa e più vantaggiosa per tutti. A L’Aquila, ad esempio, la creazione di rassicuranti strade-parco facenti parte di una fitta rete di greenways da affiancare alle strade veicolari, rappresenterebbe una delle più significative azioni di rigenerazione della deprimente città diffusa di oggi, che restituirebbe ai bambini quell’autonomia di movimento spesso perduta a causa dell’automobile o dell’ insicurezza cittadina. Pensare una città più amica del tempo dei bambini è un modo per immaginarla più idonea a tutti. Tentare di aiutare la vita dei bambini e accettare di apprendere da loro frammenti di vita  che facciano recuperare all’homo sapiens brani comportamentali dell’homo ludens, costituiscono un obiettivo rilevante per tutti.

Si tratta di avviare una nuova stagione di pianificazione urbana, capace di accrescere occasioni e opportunità, e non solo realizzazione di interessi individuali; una pianificazione democratica e partecipativa, che mostri attenzione anche nei riguardi di chi non ha diritto al voto, una stagione da gestire sotto il segno della qualità architettonica, rafforzata da una sostenibile visione di città-territorio.

Di Giancarlo De Amicis

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