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Viola, il colore del mobbing

Viola, storia di mobbing. Il libro che denuncia il mobbing di una redazione giornalistica.

Viola, storia di mobbing. Il libro che denuncia il mobbing di una redazione giornalistica.

Lo scorso 5 ottobre la mia opera letteraria ha visto la luce. Viola, come il colore che associo, quasi inconsapevolmente, a situazioni e contesti negativi, sfortunati, scalognati. Ecco, per me quello che accade in Viola è una storia… viola.

Nel corso degli anni, nell’esperienza decennale che ho raccolto, mi è capitato, onestamente, in più di un’occasione, di veder svilita la mia persona. E non in stretto riferimento al percorso giornalistico. Ciò che mi distingue dalla ragazza smaliziata che ero, è la considerazione che faccio oggi in riferimento alle pratiche “scure” degli ambienti di lavoro.

Nel mio caso, o meglio nel contesto giornalistico, al di là delle conseguenze psicofisiche del mobbing, va fatta una considerazione in termini spiccatamente professionali. L’abuso esercitato all’interno di una redazione che, per mission, fa informazione, scombina gli equilibri di approccio e trattamento della notizia, seleziona gli argomenti, crea un corridoio preferenziale riservato agli “amici” e annienta le competenze e le riflessioni personali, assoggettate al volere di un singolo soggetto, presentato a noi giornalisti come linea editoriale. E diversamente da quanto si possa pensare, non è una consuetudine unicamente politica. La censura non è finita, esiste in modi e forme sempre diversi, e va a braccetto con l’ignoranza delle menti e con l’interesse di convenienza.

Mi è capitato di non poter scegliere, e non solo. Mi è capitato che mi dicessero cosa e come scrivere, e ogni volta mi sono fatta il sangue amaro. Mi sono opposta con fermezza, in alcuni casi anche con arroganza, lo ammetto, perché vedevo sminuite la mia esperienza e la mia competenza. Tralasciando l’aspetto etico della cosa. Ho anche desistito, però, di fronte alla minaccia di essere cacciata.

Ho accumulato un discreto curriculum di scelte sbagliate e mancate prese di posizione; solo poco tempo fa l’incontro con una persona a me cara, per certi versi rivelatore, mi ha aperto gli occhi. Una storia di mobbing di facile condanna ha acceso la necessità impellente di dare sfogo a ciò che avevo dentro. Viola è nato così, da una denuncia. Giulia, la mia eroina, conoscerà la parte più debole di sé, ammetterà l’impotenza di fronte alla violenza verbale e concettuale a cui è costretta, e solo dopo un lungo periodo di accettazione passiva si armerà di pallottole e coraggio e percorrerà la via del campo di battaglia.

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“Difficile spiegare quello che ho vissuto, soprattutto la portata di un malessere che si è alimentato oltre l’aneddoto, oltre la discussione. Una situazione continua, permanente. Si è diffusa come la muffa, puzzava di chiuso. Destabilizzava l’ambiente, la sentivo nell’aria e sapevo che da un momento all’altro l’avrei avuta addosso.

Dovrei spiegare ogni sguardo, ogni ringhio, ogni offesa, ogni urlo, ogni parolaccia, ogni bestemmia, ogni minaccia, ogni ultimatum, ogni telefonata, ogni messaggio. Il clima di tensione era la normalità. L’imperativo categorico di non replicare, l’ordine tassativo di acconsentire ad ogni richiesta, il continuo ridimensionamento professionale, la marginalizzazione, l’essere screditati nelle competenze e nelle capacità, persino nell’aspetto fisico; peggio di ogni cosa: l’umiliazione.”

(Dalla Premessa di Viola)

Giulia

“Una riflessione profonda mi portò a decidere di scrivere. Credo sia stato l’unico momento di riflessione e ponderatezza. Durato più o meno due giorni, non ricordo di preciso. Di certo ci persi due nottate e qualche lacrima. Al contrario, se c’è una cosa che ricordo perfettamente, è la rabbia. La avvertivo nel torace, per lo più all’altezza del petto, o alla bocca dello stomaco. Era come avere un mattone che cercasse di uscire dal mio corpo risalendo dalla gola. Il cuore accelerava spesso.  A volte lo sentivo fuori dal petto, mi faceva paura. Temevo mi accadesse qualcosa, che scoppiasse, o si fermasse. Quando accadeva avevo bisogno di sedermi, mi concentravo e mi ripetevo “sta tranquilla, adesso passa, è solo tachicardia. Tranquilla, passa, tachicardia”. Non esistevano più i sacrifici, le aspettative, le speranze; l’unico vero obiettivo della mia vita, di tutta la mia intera esistenza, era diventato fargliela pagare”.

Questo è ciò che sapevo di Giulia prima di scrivere Viola. Lei ha scelto la strada della denuncia poco dopo quella della porta di servizio. Il viale del tramonto di un lavoro durato quasi due anni ha assunto d’un colpo le fattezze della classica “uscita dal tunnel”, con tanto di bagliore provvidenziale a rischiarire la pesantezza di un incubo a tinte viola. Viola come vìola, perché di questo si è trattato. La vita violata nelle abitudini, nelle competenze, nell’educazione, nei rapporti umani. Il risveglio al mattino si condiva da tempo di un’ansia innaturale, malata. In Viola Giulia ha detto cose che erano già vecchie. Non c’è niente di nuovo in quei racconti: eppure, leggerli nero su bianco, conferisce loro una credibilità concettuale che altrimenti sembra venire meno. Siamo tutti consapevoli, ma nessuno lo dice.

Ho scritto Viola perché ho provato esattamente ciò che ha provato lei. Quanto le è accaduto è successo a me e a un numero indefinito di altre persone. Donne e uomini, non c’è una ratio scatenante, non c’è un’indicazione chiara di chi sia più o meno soggetto, accade e basta.

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«Ancora che parli? Che cazzo parli?»

Reazione. «Basta non ce la faccio più, ma come ti permetti? Io me ne vado.» Presi la borsa e andai dritta verso l’ascensore. Lui mi urlava dietro.

«Lascia la lettera di dimissioni da Alina.»

Spinsi il pulsante di chiamata dell’ascensore e mentre aspettavo, e tremavo, venne fuori il leone. Mi girai e tornai verso la porta della redazione, lo incrociai in corridoio: era blu dall’ira. «Io non vado via, licenziami tu se vuoi.» Il caos.

«Vattene! Non sei più gradita qui dentro. Fuori dalla mia azienda.»

«Quando mi avrai licenziata andrò via.»

«Alina» urlava dalla redazione, «prepara immediatamente la lettera di licenziamento. Stefano, fino ad allora questa ragazzina non deve toccare niente, hai capito? Non deve fare un cazzo. Altrimenti caccio anche te» e andò via bestemmiando.

Per tre giorni si andò avanti nella tensione più totale, mi vietò di toccare qualsiasi cosa. Quella lettera, ovviamente, non arrivò. Mi sedevo e rimanevo immobile per otto ore. Stefano si assicurava che non mi avvicinassi neppure alla tastiera. Ogni dieci minuti si affacciava alla finestra e controllava se Lui fosse nei paraggi. «Mamma mia che ansia. O mio Dio è appena arrivato. Adesso che succede?» ripeteva.

(Dal Capitolo Sette)

 

La legge non fa abbastanza

La legge pecca colpevolmente di indolenza. In Italia non esiste normativa che regolamenti il mobbing. In altre parole non è configurato come specifico reato penale a se stante. In Europa vige invece una risoluzione del Parlamento europeo sul mobbing sul posto di lavoro (2001/2339), alla quale, però, il nostro paese non si è ancora adeguato. Gli unici riferimenti legislativi presenti nella Costituzione Italiana sono l’art. 32, secondo cui “la salute è un diritto dell’individuo e della collettività…”, e, ad esso legato, l’articolo 40, l’iniziativa economica privata è libera, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Nel Codice Civile lo spunto arriva invece dall’articolo 2087, in riferimento all’obbligo per il datore di lavoro “di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori”.

La breve parentesi giuridica era d’obbligo al fine di centrare la difficoltà d’inquadramento del reato e, conseguentemente, del reato di fatto. La mancanza di un sistema normativo specifico può generare la falsa convinzione che certi atteggiamenti e certe violenze, perché di violenza si tratta, siano normali. Viola è la lista della spesa del mobbing. Ho scelto di scrivere un libro con l’unico scopo di punire con la contrarietà dell’opinione pubblica chiunque si nasconda dietro quei racconti. Non fraintendetemi, non intendo un’unica persona. C’è un’identità dai mille volti. Mille e più voci arrabbiate, e ancora più sguardi minacciosi, mani sudate, pugni chiusi dalla rabbia immotivata, bocche pronte a offendere.

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«Domani facciamo i conti di persona, questa cosa avrà un seguito. Hai capito? Preparati perché prenderò provvedimenti, mi hai proprio rotto i coglioni, e io mi sono rovinato la serata perché tu sei una rincoglionita!»

Dissi l’unica cosa che avesse un senso: «Mi licenzio». E attaccai. Restituii il telefono a Nino e me ne andai. Lasciai Cristina da sola a bordo campo e promisi a me stessa che mai più mi sarei fatta trattare in quel modo.

Mi contattò dopo due giorni con un sms chiedendomi di recarmi nel suo ufficio. Senza chiedere scusa mi disse che avevamo due caratteri irruenti e che, a detta sua, c’era stato un qui pro quo.

Vi dico in tutta onestà, con profonda vergogna, che in quel momento mi stava bene così. Da un lato avevo la presunzione e l’ipocrisia di pensare che in qualche modo avessi vinto. Lui mi aveva ricercata e io non avevo abbassato la testa. Dall’altro cercavo il gancio per restare appesa al mio lavoro.

Provo rabbia nei confronti di me stessa, rabbia per come ho gestito quelle situazioni, per essere rimasta.

(Dal Capitolo Nove)

Viola, Giulia è ognuno di noi

Giulia è stata per me un’illuminazione. Ho cercato testimonianze, racconti, storie come la sua. Ne ho trovati a caterve, ben oltre le aspettative. Ho denunciato episodi e cattive condotte, e poi io ho messo dentro le mie riflessioni, figlie dell’angoscia e dell’ansia che ho provato. Una storia di editoria corrotta, che vuole essere una realtà di facile e comune interpretazione e, non meno, un monito di riflessione per tutti coloro che leggono la propria vita nelle pagine di Viola.

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