Di Ezio Pelino
L'Aquila, 27 dic 2011 - “Il volto scoperto”, il recente libro di Mario Setta, pubblicato dall’editrice “Qualevita”, farà certamente discutere. E’ un’ opera complessa, difficile, forse impossibile da classificare. Un libro matrioska. Contiene più “libri” o potenziali libri e tanti possibili rimandi. E’ storia della chiesa conciliare e postconciliare vissuta in prima persona. E’, quindi, un’autobiografia, di più, una confessione, lo svelamento del travaglio di un’anima, l’avventura di un altro povero cristiano. Ma è anche teologia evangelica e filosofia sulla vita e sulla morte, riflessione sulla donna e sullo sfregio alla sua immagine operato dalla narrazione biblica e coranica, che la vuole ispiratrice del peccato originale e radice dei mali dell’ intera umanità. E’ riflessione sull’amore e, a volto veramente scoperto, persino, sul sesso. Ciò che tiene unita la narrazione - sempre avvincente anche quando affronta, chiamando a convito i filosofi, i grandi misteri dell’universo - è la storia di un ragazzo che voleva fare il prete per servire Dio aiutando il prossimo e che è finito fuori dalla chiesa.
«Mi piaceva diventare prete. Ero affascinato dalla religione. Ammiravo la vita da prete». Una vocazione singolare, nata in una famiglia di comunisti, credenti, ma non praticanti, come la stragrande maggioranza del paese. Bussi sul Tirino, un paese-fabbrica. Da quella realtà la decisione di dedicarsi all’evangelizzazione del mondo operaio. Dopo un’esperienza di seminario a Bologna nel complesso positiva, anche se non mancarono turbamenti e profondi sensi di colpa all’insorgenza del sesso - sesso negato, rimosso, soffocato dall’educazione religiosa - è prete operaio a Roma. Partecipa alla festa per l’apertura del Concilio Vaticano II, sfila con migliaia di persone con le torce in mano davanti alla basilica di S. Pietro. Sono pieni di speranza, sognano una comunità di fede veramente evangelica, una chiesa povera, che sia con gli ultimi. Segue da vicino il Concilio Vaticano II. La sua visione di chiesa è antitetica a quella dell’enciclica “Mystici Corporis Christi” di Pio XII: «Compiangiamo e riproviamo il funesto errore di quelli che sognano una Chiesa ideale, una certa società alimentata e formata di carità, cui (non senza disprezzo) oppongono l’altra che chiamano giuridica».
La chiesa per la quale vuole testimoniare e impegnarsi, infatti, è quella profetica, che vive il cristianesimo autentico quello di Cristo, che è “sale” e “lievito” di una nuova morale fondata sull’amore. Mi chiedevo e mi chiedo: come è possibile vedere nel papa il vicario, colui che fa le veci di Cristo? Cardinali, vescovi, preti che si definiscono cristiani, cosa hanno in comune con Cristo? Il nome? La fede? Ma cosa è la fede? Un elenco di verità formali contenute nel “Credo” o l’adesione, profonda e vissuta, alla Parola di Dio? Nessun successore di Pietro, dopo i primi tempi della storia della Chiesa, è stato in grado di seguire il suo esempio. La grande speranza, la grande promessa del Concilio, che aveva annunciato la stagione delle riforme per liberare la chiesa da inutili e dannose sovrastrutture, durò poco.
Mario finisce per prendere coscienza, con profonda inquietudine, che la sua “missione fra i lavoratori non solo era inutile, ma dannosa”, che era solo “un emissario del Potere. Un missionario del Vaticano o d’una chiesa asservita agli interessi degli industriali. Una chiesa schierata con i ricchi e con i detentori del potere politico”. Nominato parroco alla Badia di Sulmona, insieme ad altri parroci animati dalle stesse idee, Don Pasqualino e Don Raffaele, si impegna per il rinnovamento della chiesa locale. Propongono al vescovo un progetto di azione pastorale, attivano i doposcuola sul modello di Don Milani, lottano contro il mercimonio dei sacramenti, chiedendo l’ abolizione delle tariffe, predicano la non violenza, educano alla pace ispirandosi a ”L’obbedienza non è più una virtù”. Mario è fra i fondatori del periodico “Cronaca e storia”, impegnato sulle tematiche sociopolitiche della zona. Un periodo di grandi iniziative e di profondo entusiasmo. Ma il vescovo, dopo una serie di avvertimenti, gli ordina di abbandonare la parrocchia. L’avventura del povero cristiano prosegue in Germania dove si guadagna da vivere, lavoratore fra lavoratori. Al rientro, come fanno, allora, molti cattolici impegnati, entra nelle liste del partito comunista.
E’ la fine. Il vescovo lo fulmina con la sospensione a divinis. Fu così che da prete si fece insegnante. Negli anni novanta approdò al liceo scientifico di Sulmona. Fu una straordinaria risorsa per la scuola che dirigevo. Un ex-prigioniero inglese ci offrì l’occasione di tradurre e pubblicare le memorie dei fuggiaschi aiutati, anche a rischio della vita, dalla popolazione. Una “strana alleanza” che noi chiamammo “resistenza umanitaria” e che raccontammo con il libro “ E si divisero il pane che non c’era”, apprezzato e spesso citato dal Presidente Ciampi che quella storia l’ha vissuta. E a ricordo delle traversate della Maiella che portavano nelle terre liberate prigionieri e renitenti alla leva fascista, organizzammo “Il sentiero della libertà”, diventato ormai famoso. Forse l’amore e la fascinazione di Mario per quella straordinaria storia di solidarietà nasceva dall’avervi intravisto realizzato, per la prima volta, quel mondo da lui sognato “di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate”, proprie di una comunità naturalmente cristiana.
Quelle relazioni e quell’amore che egli aveva inutilmente cercato nella chiesa. Alla stessa suggestione non era sfuggito lo scrittore sudafricano Uys Krige, autore dell’indimenticabile libro “Libertà sulla Maiella”(Vallecchi). Ci riferisce Ignazio Silone che Krige gli parlò “con le lagrime agli occhi dei pastori di Roccacasale, di Campo di Giove, Di Castel Verrino, di Pietrabbondante, di Cupello. Egli non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita”. E che gli raccontò di quel pastore che, sul Morrone, accolse lui e i suoi compagni di fuga dicendo: «Come possiamo abbandonarli? Siamo cristiani, no?»
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