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6 aprile, Erminda Monti Vicentini: una vita da copertina spezzata dal sisma

Una vita da romanzo, quella di Erminda Monti Vicentini, la cui vita si è fermata alle 3.32 di quel maledetto 6 aprile 2009 nel crollo del palazzo di Via Persichetti.

Tra le vittime del terremoto del 6 aprile 2009 c’è anche Erminda Monti Vicentini, una donna la cui vita avventurosa come un romanzo si è spezzata alle 3.32 nella sua camera da letto di un palazzo in via Persichetti.

Erminda monti Vicentini vive ancora nel ricordo di chi l’ha conosciuta, stimata ed apprezzata. É presente negli occhi della figlia Angelica, ritratto della mamma nelle sembianze e nelle movenze e che oggi, dopo le lacrime, vuole ricordarla con allegria, ripercorrendo la sua vita, costellata di tante emozioni.

Per il crollo di via Persichetti, dove morì anche Amelio Zaccagno, c’è stato un lungo processo. Nel processo le parti civili avevano fatto ricorso rigettato dalla Cassazione, contro le assoluzioni nel secondo dei due imputati per il crollo: Francesco Zaccagno (figlio di Amelio) e Maria Lidia Zaccagno, rispettivamente nelle vesti di rappresentante della ditta che fece i restauri del palazzo di via Persichetti nel 1985 e come committente.

La signora Erminda, che molti conoscevano anche come Natasha, non era aquilana; si era ritrovata nel capoluogo d’Abruzzo, alcuni anni dopo aver dato alla luce i suoi figli.

Aveva seguito il suo grande amore, che aveva conosciuto a Roma durante un ballo in maschera.

Lui si chiamava Quirino Vicentini, un giovane bellissimo, elegante e dai buoni modi. Era un capitano dei carabinieri, esperto antiquario, di antiche origini nobiliari che legavano la discendenza della sua famiglia all’arcivescovo dell’Aquila Augusto Antonino Pio Vicentini e a Roberto Vicentini, di origini aquilane, patriarca di Antiochia e dei Latini.

Erminda e Quirino si sposarono nel 1971; ebbero due bambini e dopo un periodo a Roma si trasferirono all’Aquila dove il marito aveva questo antico palazzo da generazioni, in via Persichetti.

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Una storia da romanzo che comincia tra gli orrori dei campi di sterminio durante la Seconda Guerra Mondiale.

Erminda fu concepita da una donna di origini polacche, Marja, dentro a Bremen Blumenthal, uno dei tanti campi di prigionia in cui persero la vita milioni di persone a causa della ferocia nazista.

La ferocia nazista si era abbattuta anche sulla famiglia di Marja: in quanto ebrei, vennero spogliati di tutto e portati lì.

La famiglia di Marja era molto influente all’epoca: lei era nipote del cardinale Antoni Baraniak, un alto prelato polacco, su cui attualmente si sta valutando la causa di beatificazione.

Nonostante la posizione e le conoscenze, i familiari di Marja non vennero risparmiati dalla ferocia della persecuzione contro gli ebrei.

Tra morte e orrori, Marja incontrò nel campo di prigionia vita e amore; con lei era recluso, perchè accusato di tradimento, Vincenzo Monti un soldato italo americano. In quel campo di prigionia venne concepita Erminda. Dopo la guerra, unica superstite della sua famiglia, si trasferì a Roma con Vincenzo Monti, che nel frattempo era diventato suo marito ed era stato insignito dell’onorificenza come eroe di guerra.

Erminda nella Capitale frequentò un collegio esclusivo, imparò le lingue e divenne interprete parlamentare e poi hostess Alitalia. Bionda, alta e bellissima, faceva girare la testa a molti, anche per il suo portamento, che ricordava una mannequin. Il nome Natasha arrivò in quel periodo, in cui viaggiava molto, perchè le piaceva e le ricordava le sue origini.

Dopo il matrimonio smise di viaggiare, si occupò dei figli e della mamma che era rimasta vedova presto e si era trasferita all’Aquila, per stare accanto alla figlia. Marja è scomparsa nel 2007.

Erminda ha vissuto gli ultimi anni da sola nella casa di via Persichetti, circondata comunque da affetti costanti e ricordi. Non aveva perso la voglia di vivere, seppur incupita dal lutto per prematura morte dell’amato Quirino avvenuta negli anni’80 e poi per la scomparsa dell’amata mamma.

Conduceva un’esistenza molto tranquilla, fatta di rituali come la passeggiata in Piazza Duomo, il caffè al bar, la lettura dei giornali seduta su una panchina e la spesa al mercato.

La sua bellezza dai tratti aristocratici non era stata mutata dal tempo, gli abiti sempre impeccabili e di buona fattura, le montature degli occhiali vistose e dal tocco retrò, i capelli ordinati, una volta portati lunghi e sciolti, avevano lasciato il posto a un rassicurante chignon.

Erminda monti

La figlia Angelica ancora oggi la ricorda con un sorriso, con quel pizzico di allegria che alla mamma non è mai mancato.

“Mia madre era una donna forte, energica e piena di vita. Aveva dei sani principi, era un esempio che oggi si fa fatica a individuare nei modelli attuali e che io cerco di riproporre e trasmettere a mia figlia Ginevra che avrebbe sicuramente adorato”, spiega Angelica.

Di lei restano solo delle foto in cui la vitalità è evidente nonostante siano ingiallite dal tempo; di ricordi materiali è rimasto poco perchè, oltre al danno del sisma, ci sono stati anche i furti avvenuti nella casa di via Persichetti nei giorni successivi al 6 aprile, ad opera di sciacalli senza scrupoli che non si sono fermati nemmeno davanti a una disgrazia del genere.

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