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6 aprile e Coronavirus, la giornata sospesa di una giovane aquilana

Lezioni a casa, allenamento, abbracci e chiacchiere con gli amici, ma solo attraverso uno schermo. Il 6 aprile ai tempi del Coronavirus: tante assonanze ma anche tanta voglia di tornare a godersi la propria città

Lezioni a casa, allenamento, abbracci e chiacchiere con gli amici, ma solo attraverso uno schermo. Il 6 aprile ai tempi del Coronavirus: tante assonanze ma anche tanta voglia di tornare a godersi la propria città

La sveglia strilla alle otto in punto, come sempre, la posticipo di dieci minuti, sono in tempo per scoprire come finirà il mio sogno; che poi è sempre meglio lasciarli in sospeso, quei sogni, per evitare che a restare sospeso sia l’amaro nella tua bocca e la tua stessa anima, durante la giornata.

Mentre mi levo le coperte di dosso sono ancora nel limbo del sonnoveglia, tutto è reale, ma tutto è leggero; surreale ma bello come lo definirebbe William Thacker, il venditore di libri di viaggi più famoso di Notting Hill.
Mi trascino in bagno, uno zombie in confronto è più coordinato e veloce, le pantofole strusciano sul parquet logoro, mi creano attrito da vent’anni. Lo stesso attrito che non mi permette di andare veloce, così resto in bagno per più di mezz’ora, venti dei quali davanti la stufetta da bagno. Del calore che ti può avvolgere in quel momento, non potrai più farne a meno. Per ultimo mi pettino i capelli, che poi più li abituo, prima si ammutinano, facendosi strada ribelli tra fasce e forcine. Troppo corti per intrappolarli in un fermacapelli, troppo lunghi per lasciarli liberi.

Scendo a fare colazione, tre rampe di scale per decidere cosa mangerò. Ieri sera ho adocchiato un ultimo pezzo di ciambellone, i cereali con i fiocchi di cioccolato che amo e perfino due zeppole avanzate di ieri mattina, grazie nonna. Finalmente arrivo, mi guiderà l’istinto, ma cinque minuti dopo aver fatto avanti e indietro tra dispensa e frigorifero, indispettita, mi rendo conto che la scelta si è ridotta tra latte e biscotti e latte e biscotti, quelli del discount, peraltro, grazie famiglia.

Dopo aver lavato i denti mi fermo a coccolare Pippo, a dieci anni pretende che siamo noi ad andarlo a cullare e strofinare per dargli il buongiorno, mentre lui ci guarda smanioso di carezze mentre sprofonda nel morbido cuscinone.

La vera giornata ha inizio da adesso e mi aspetta una mattinata piena zeppa di lezioni.

Inizio con farmacologia, apro il quaderno, appunto l’argomento del giorno e inizio a seguire per accorgermi dopo un’ora che l’ordine dei miei appunti in queste ultime pagine è direttamente proporzionale all’attenzione che è inesorabilmente precipitata dopo circa quaranta minuti. Non ricordo neanche più a che punto siamo. Ah i recettori adrenergici, se solo mi propinassero un farmaco capace di tenermi sveglia per il resto della lezione…
Per me un’iniezione di adrenalina, per favore.

Per il resto del tempo la mia mente viaggia nel tempo e nello spazio e non so come mi torna alla mente una commare di nonna del paese e ripenso a come mi stringeva ogni volta che, da piccola, mi scovava nei paraggi di quelle stradine logore in muratura, chissà se sono ancora tutte in piedi. Tanto fiacca eppure quando si trattava di abbracciarmi diventava la campionessa del mondo dei pesi massimi, non mi divincolavo neanche a pregarla. Lì, tra le braccia di una vecchina di cui non conoscevo neanche il nome, la storia, il viso, ma soltanto l’odore, vorrei ritrovarmi ora, quella strizzata sì che mi sveglierebbe.

Incredibile con quanta velocità e minuziosità di particolari la nostra mente sia in grado di percorrere chilometri e chilometri di ricordi, perfino i più insignificanti, ma talvolta a imboccare la via di un certo tipo di pensiero, si rischia di ritrovarsi in un vicolo cieco dopo pochi metri. Tra una sonnecchiata e una partita al cellulare, tra un giro su Instagram e due appunti presi a caso, si è fatta ora di pranzo.

Questa notte ho dormito poco, ero in preda alle “fantijole”, rigorosamente tramandate di generazione in generazione dalla famiglia di mamma, in parte rosetana o giù di lì. Mi muovevo, mi agitavo, mi giravo, non trovavo la posizione, avevo le smanie e così mi sono dovuta accontentare di poche ore di sonno e di una mattinata tutt’altro che produttiva.

A casa, esclusi il sabato e la domenica, il pranzo si traduce col mio nome. Comunque vadano le cose, cucinare spetta a me. Se non mi sento in vena o devo tornare a lezione presto, tiro fuori l’asso nella manica: tutti i fine settimana svuoto gli scaffali del supermercato arraffando quanti più sughi pronti posso per poi tuffarli in un bel piatto di pasta; un abominio, una garanzia. Mi vergogno un pò da italiana a propinare un sugo industriale e confezionato chissà dove, ricco di conservanti, olio di palma e chissà quanti altri tipi di sostanze, fatto di prodotti provenienti da chissà dove e spesso dal gusto incerto. Tanto più che me la cavo a cucinare.

D’altro canto riesco a finire lezione, preparare il pranzo, caricare la lavastoviglie e riprepararmi in meno di quarantacinque minuti. Non lo sento come un peso, perchè nei giorni in cui la vena creativa, il tempo e gli ingredienti me lo permettono, tiro fuori dei piatti niente male, oserei dire mangiabili e quando tra un boccone e un altro mio fratello borbotta distratto la frase “E’ buono Awaé” (Il mio soprannome è Awa Etta) capisco che ogni tanto, il sugo pronto, per non abituarlo troppo bene, ci sta. Un bel caffè e una puntata dei Simpson sono il mio placebo di energia.

La finta speranza che inizierò il pomeriggio di studio carica e che riuscirò a mantenere la concentrazione fino a sera mi mandano in estasi, nonostante il giorno prima e quello prima ancora e quello prima del giorno prima di ieri mi hanno dimostrato che nè un caffè, nè una pennichella di neanche mezz’ora riescono a motivarmi, soprattutto non oggi.

E’ una giornata particolare, è 6 aprile, questa notte non sono riuscita a riposare.

Uscendo fuori al balcone, ieri sera, non sentivo rumori o inquinamento acustico di alcun genere. C’ero soltanto io e il suono della mia città che si è fatto largo in tutto il mio corpo entrandomi nel cervello, nel cuore e nei visceri. E’ stata una sensazione strana, mi sentivo parte e complice di un luogo, mi sentivo appartenere.

Provavo anche una forte inquietudine, perchè di lì a poche ore, undici anni fa, il senso di appartenenza che mi sta montando dentro, scosse tutti noi, fortissimo, fino a spellarci di dosso tutti i sentimenti.

E’ incredibile come ogni cittadino aquilano, ogni 6 aprile e ogni notte alle 3.32 in punto senta un colpo al cuore o un groppo in gola, chi ammette di non pensarci, mente.

Come se in quell’orario o in quel giorno potrebbe accadere qualcosa di terribile e tutti gli altri giorni no. Come se in quell’orario o in quel giorno pensiamo a cosa successe, più di tutti gli altri giorni in cui viviamo circondati e circondando una città che è solo la pallida controfigura di se stessa. Come se all’improvviso ci ossessionasse e martellasse dentro questo pensiero del terremoto, anche se ormai da anni il nostro “Avanti Cristo” è mutato in “Prima del terremoto e il “Dopo Cristo” in “Dopo il terremoto”, ormai da anni l’azione del vento impetuoso sulle serrande aquilane corrisponde ad un sussulto uguale e contrario del nostro corpo e ad un istantaneo e comune tarlo nelle nostre  menti: “Era il terremoto?”.

E’ incredibile ma non stupido che la nostra coscienza ha raccolto questa esperienza come bagaglio di vita. Il terremoto irruppe prepotente, gigantesco e sconvolgente nelle nostre vite. Noi lo sappiamo, come lo sanno i nostri cuori e i nostri corpi e rimaniamo paralizzati, per un attimo, ogni volta come quella notte, al solo pensiero di un anniversario.

Ogni 6 aprile, alle 3.32 somatizziamo il nostro dolore proiettandolo come una lotta fisica e mentale.

Vorremmo fuggire, scappare via, lontano con corpo e mente, ma siamo ancora qua, eh già, a ricordare; ad entrare nelle storie delle persone di questa città.
La mia giornata continua come se niente fosse, però. Queste riflessioni sono intime per ognuno di noi, si teme ad esternarle, ma tutti sappiamo.
Dopo aver studiato mangio qualcosa e vado ad allenarmi, svogliata e sovrappensiero. Doccia, si è fatta ora di cena. Film o serie tv è il dilemma finale del mantra giornaliero che si ripeterà anche domani, ma il pensiero va a chi quel mantra non può svolgerlo più.

Esattamente un anno fa, marciavo a testa bassa e fiaccola innalzata per le vie del centro storico de L’Aquila, commemorando le anime che quella notte di dieci anni prima persero la vita, con me parenti, amici, conoscenti degli stessi, ma anche soltanto persone. Durante le pause, di fronte ai palazzi crollati, il silenzio della lunga fiumana di gente dava spazio al dolore lacerante di chi perse qualcuno tra quelle macerie, momento delicato, ma struggente, inafferabile, ma tagliente, doloroso, ma doveroso.

Oggi alle 309 vittime del terremoto de L’Aquila si aggiungono anche le migliaia uccise dal Covid-19 e la fiaccolata è stata sospesa, per la prima volta, perchè non si può uscire di casa a causa della quarantena.

Si è accesa una fiaccola enorme, più grande dell’albero di Natale in Piazza Duomo, visibile a chilometri di distanza, si è innalzata verso il cielo, come a volerlo toccare, l’alta luce nel fulcro della nostra città, eternamente scossa, ma infinitamente salda. Spero che questa luce sia per tutti.

La giornata è particolare perchè tutte le mie attività si sono svolte in casa, le lezioni al computer, le videochiamate, lo studio, gli esami, i pasti, i compleanni, la palestra. Sono sola, non ho una città in cui poter uscire, non posso abbracciare nessuno se non stando seduta sul letto con in braccio lo schermo del mio tablet su cui quasi ogni giorno incontro i miei amici. E’ terribile, ma fattibile. Come undici anni fa.

Le assonanze sono infinite, ma noi aquilani sappiamo gestire un’emergenza nella tragedia, almeno psicologicamente, c siamo corazzati. Non avevo più una scuola, ora non ho un’università in cui andare, la gente non può andare in
giro e per strada ci sono posti di blocco ovunque, sembra di rivivere un incubo, l’unica differenza è che undici anni fa eravamo costretti a stare fuori casa, ora dentro.

Il virus sta colpendo L’Aquila meno violentemente di altre città e di quanto abbia fatto il terremoto, fortunatamente, ma l’Italia è ferita e noi più di tutti capiamo come ci si sente in momenti di pericolo e di difficoltà, i telegiornali che non fanno altro che parlare di morti e disastri. Le vite focalizzate sulla fuga dal dolore e dall’indigenza. Le giornate sono ormai programmate per uscire dal loop della pandemia, che è il dramma del momento.
La fine del tunnel sembra non avvicinarsi mai, ma se dall’uscita ti tendono una mano, non puoi far altro che
afferrarla e continuare a resistere e combattere.

L’Aquila si stava piano piano riadattando al vivere comune, la guardo dal balcone della mia stanza, è come se un punto fosse saltato dalla piaga, dopo che per anni abbiamo cercato di ricucirla. Avevamo voglia di vivercela, questa meraviglia della città, ma ci dovremmo accontentare di un ritardo. Nel frattempo abbiamo imparato che il contributo e la cooperazione sono virtù tanto rare quanto preziose.

Oggi, nella giornata aquilana, in ricordo delle vittime del terremoto, non posso che chiedere un sodalizio telematico dedicato a tutti quelli che in Italia e nel mondo stanno vivendo ciò che un aquilano, almeno una volta nella propria vita, ha vissuto.

Gli slogan cittadini sostengono che la nostra città come era prima non ce la ridarà nessuno, ma i nostri cuori
hanno riniziato a battere più forti di prima per quanta voglia aveva L’Aquila di riniziare a volare.

Auguro a tutti coloro che stanno attraversando un periodo difficile di uscirne presto e vorrei riservare una poesia
immortale alle nostre città, che silenti e quiete, aspettano il nostro ritorno, non quello barbaro e vandalistico,
ma quello caloroso e brillante.

Così era L’Aquila e così torneremo ad essere:
È la sera dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma
Con la bocca fa a pezzi una canzone
È la sera dei cani che parlano tra di loro
Della luna che sta per cadere
E la gente corre nelle piazze per andare a vedere
Questa sera così dolce che si potrebbe bere
Da passare in centomila in uno stadio
Una sera così strana e profonda che lo dice anche la radio
Anzi la manda in onda
Tanto nera da sporcare le lenzuola
È l’ora dei miracoli che mi confonde
Mi sembra di sentire il rumore di una nave sulle onde
Si muove la città
Con le piazze e i giardini e la gente nei bar
Galleggia e se ne va
Anche senza corrente camminerà
Ma questa sera vola
Le sue vele sulle case sono mille lenzuola
Ci sono anche i delinquenti
Non bisogna avere paura ma stare un poco attenti
A due a due gli innamorati
Sciolgono le vele come i pirati
E in mezzo a questo mare
Cercherò di scoprire quale stella sei
Perché mi perderei
Se dovessi capire che stanotte non ci sei
È la notte dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma

Ha scritto una canzone
Lontano una luce diventa sempre più grande
Nella notte che sta per finire
E la nave che fa ritorno
Per portarci a dormire.

Dedicato a tutti voi. Dedicato a F.G. la cui testimonianza mi si cicatrizzò nel cuore.
6 Aprile 2020,
Flavia Santilli.

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