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Sisma 2009, Di Pietrantonio: “Bella mia, poesia a L’Aquila tra le macerie”

"Bella mia" è il romanzo di Donatella Di Pietrantonio che affronta il lutto a causa del terremoto del 6 aprile 2009. L'intervista esclusiva del Capoluogo alla scrittrice che ricorda anche gli anni universitari trascorsi all'Aquila.

“Bella mia” è il libro di Donatella Di Pietrantonio, la scrittrice abruzzese già vincitrice del Campiello che racconta la tragedia del 6 aprile 2009 in modo delicato e struggente.

“Bella mia” è uscito nel 2013, pochi anni dopo il terremoto ed è stato candidato anche al premio Strega arrivando in finale.

“Bella mia”non vuole essere un romanzo didattico o una cronostoria del sisma, trascina il lettore lontano dalle astrazioni e fa tornare soprattutto gli aquilani dalle persone in carne e ossa, “a muoverci tra lutti e macerie, a chiederci se vale la pena sperare e ricostruire”.

A 11 anni da quel tragico evento che ancora scuote gli animi degli aquilani soprattutto in un momento delicato come questo che si sta vivendo a causa dell’emergenza nazionale, il Capoluogo ha intervistato Donatella Di Pietrantonio, chiusa nella sua casa di Penne, come tutti, per evitare la diffusione del contagio.

In “Bella mia” che anche nel nome evoca un antico canto popolare dedicato all’Aquila “L’Aquila bella me, te vojio revetè”, si parte dal terremoto dell’Aquila per trattare poi il tema dell’amore, sotto il quale può nascondersi anche il peso della relazione tra sorelle, soprattutto quando “tu” non sei tra le due quella amata e desiderata da tutti.

È la storia di una ragazza, Caterina, che perde la sorella gemella Olivia a causa del terremoto dell’Aquila e deve affrontare il lutto che ha colpito non soltanto lei, ma anche tutta la città, compreso il nipote ormai orfano, a cui si ritrova a fare da madre.

La scrittrice ha riportato nel romanzo anche i suoi ricordi di ragazza, giovane studentessa universitaria proprio all’Aquila, dove ha vissuto alcuni anni e si è laureata in Odontoiatria.

“Bella mia” è un’opera che parla con straordinaria forza poetica dell’amore e di ciò che proviamo nel perderlo ma, soprattutto, della speranza nella ricostruzione: la ricostruzione di una città offesa che attende ancora il suo riscatto e quella, faticosa, degli affetti intimi e della fiducia nella vita.”Bella mia” è un libro che va a incastonarsi tra i suoi ricordi di ragazza e la tragedia del sisma… Che ricordo ha dell’Aquila?

Dell’Aquila ho amato la sua normalità e il suo splendore. Ero una giovane studentessa fuori sede senza macchina che si è persa in quei vicoli magici del centro storico, apprezzando la quotidianità di una città che poteva essere vissuta tranquillamente a piedi. Ero a pensione in via Castello 55, tutti i giorni giravo a piedi secondo rituali conosciuti, tra l’università che si trovava a via Verdi e le lezioni che si tenevano a Collemaggio. Ho imparato a conoscere ogni angolo che, ancora oggi, nonostante la furia distruttrice del sisma, ho ancora impresso nella memoria.

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Ricordo i vicoli, il profumo del pane dalle botteghe del centro dove si faceva la spesa o si acquistava un panino. Avevo tanti amici aquilani all’epoca che mi hanno fato conoscere anche i paesini intorno e alcune “specialità” come il panino del mitico Specchio la carbonara di Corridore. L’Aquila è una città che mi ha vista crescere è che è rimasta sempre nel mio cuore. “Bella mia” forse nasce anche da questo, da quei ricordi di ragazza tornati prepotentemente alla memoria dopo il 6 aprile 2009.

Cosa ricorda della notte del 6 aprile 2009?

Dall’esperienza aquilana e dal dolore vissuto a distanza, posso dire con certezza che “Bella mia” è nato la notte stessa del 6 aprile. Abbiamo vissuto anche a Penne la forza distruttrice del sisma, sebbene su questo versante sia stato molto più “gentile”. Quando ho saputo che l’epicentro era proprio all’Aquila e che la città era stata distrutta, ho pensato subito agli amici di allora, a tutte le persone che conoscevo e sono riaffiorati i ricordi e le emozioni di quegli anni.

Stavo scrivendo “Mia madre è un fiume” ma sapevo che del terremoto dell’Aquila avrei fatto qualcosa; avevo deciso quella notte che avrei messo nero su bianco l’angoscia di quei giorni per chi non ce l’aveva fatta.

Anche in “Bella mia”, come in tutti i suoi libri, ripercorre il rapporto madre figlia e il sentimento della devozione, sempre tutta al femminile…

In “Bella mia” affronto il rapporto madre/figlia che ruota intorno alla perdita, un tema difficile che quella notte ha colpito tutte o quasi le famiglie aquilane che hanno avuto un lutto tra parenti o amici. Nel libro i miei personaggi cercano la chiave per elaborarlo su vari piani, perchè c’è il piano individuale della protagonista/voce narrante e poi c’è un piano familiare, di questa famiglia che si ricostruisce intorno alla morte di uno dei suoi membri ed è proprio la perdita che ha accomunato i personaggi.

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C’è una madre, una figlia e un nipote; una famiglia unita da questa perdita… 

Ho voluto mettere nero su bianco la tragedia di un’intera comunità che ha perso i suoi punti di riferimento, i miei personaggi sono gli aquilani, forti e gentili, che hanno dovuto andare avanti, elaborare la tragedia, cercando la forza altrove.

Tutti questi sentimenti sono stati inseriti in una donna, nel suo versante materno, che poi non si tratta necessariamente di una maternità fisica ma di una disposizione mentale e d’animo. In generale la donna ha una diversa attitudine psicologica al contenimento degli affetti, delle emozioni, comprese quelle negative. Spesso riescono, anche dalla propria sofferenza, a vedere quella di un altro, e a offrire un sostegno che sa di materno. Tendo comunque sempre a non generalizzare anche in molti uomini è presente questo sentimento di devozione, così come non è detto che tutte le donne abbiano questa particolare predisposizione.

Nel suo nuovo romanzo ci sono due donne, due pilastri, un adolescente ribelle, una terza donna che anche da morta sembra orchestrare l’intero corso della storia. Come si fa a narrare tanta disperazione? soprattutto, come si fa a sopravviverle? 

Non credo che ci sia una ricetta, posso dire come fanno i miei personaggi, ma sono storie individuali, ognuno deve trovare la sua via. La mia protagonista, la sopravvissuta, è quella in ombra, meno riuscita, meno solare e proprio lei sopravvive alla sorella. Come fa a sopravvivere una persona che si è sempre appoggiata a questa metà migliore di sé? Paradossalmente riesce proprio perchè soltanto nel momento in cui rimane sola e non ha più sostegno e appoggio riesce a individuarsi come persona autonoma, perchè prima era sempre “la gemella di”… Nel momento in cui la sorella esce di scena a causa del terremoto, è costretta a trovarsi e trovare delle risorse dentro di sè. Si costringe a farsi madre in qualche modo di questo nipote spigoloso e adolescente che la sorella le lascia in eredità e a lui deve fare in qualche modo da madre. Direi che è la vita poi che tira i tuoi fili come un grande burattinaio e ti rimette in piedi, che tu lo lo voglia o no!

Un consiglio per la lettura in questi giorni di isolamento a causa del Coronavirus…

Sto leggendo molto, questo periodo di emergenza ci ha fatto riscoprire l’importanza del tempo. Sul mio comodino ci sono “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas e “Babilonia” di un’autrice francese, Yasmina Reza. In questo periodo di isolamento non sto solo leggendo ma anche scrivendo: credo che se dovremo rimanere ancora molto in casa, riuscirò a finire il mio prossimo romanzo.

Un passo del libro “Bella mia”:

“Avevo già paura, la sera del 5 aprile. Sotto di noi le convulsioni si ripetevano da mesi, senza uno schema, una regolarità, ora più intense, ora appena percettibili, secondo una sequenza disordinata e snervante. A volte una pausa più protratta dopo una scossa ci illudeva fino alla successiva, più forte dell’ultima. Le notti ascoltavo l’attrito leggero delle unghie contro le lenzuola, a ogni respiro, e una specie di lamento nello spessore dei muri, debole e sporadico. Faticavo a prendere sonno nella mia casa abitata da tensioni invisibili, scricchiolii, improvvisi sfarinamenti tra i mattoni delle volte a crociera. A un’ora incerta con la giacca addosso sono uscita sul balcone, richiamata da un presagio acuto. I panni stesi erano perfettamente immobili nel buio. Cantavano gli uccelli notturni, uno in particolare ripeteva sempre lo stesso chiù monotono. Di colpo mi ha investito dura l’aria, non il vento, una massa compatta di aria percossa. Sono rientrata con un salto ed è cominciato”.

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