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Collarmele, mamma e figlia battono il virus ma non la paura

Una mamma e le sue due figlie positive. Due di loro sono guarite e tornate a casa. Il sollievo di stare meglio, gli strascichi del virus e la paura del futuro

La luce fuori dal tunnel. Un primo spiraglio, dalle finestre. In attesa di poter uscire di nuovo. L’uscita più importante, però, Wilma e Giulia l’hanno già fatta: fuori (o quasi) dall’incubo Coronavirus.

Colpite da una malattia che gli esperti, in tempi non sospetti, avevano definito come un’influenza. Si sono ritrovate in ospedale, prima al San Filippo e Nicola di Avezzano, poi al G8 dell’Aquila. Tutto dopo i primi sintomi. La tosse, la febbre che non passava e un tampone, che aveva emesso la sua sentenza, senza appello.

Il coronavirus le ha allontanate dal loro paese, dalla loro casa a Collarmele per settimane, fino a lunedì 30 marzo, quando sono tornate a casa.

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La malattia è arrivata all’improvviso. In un primo momento ha sconvolto la quotidianità di Wilma, poi quella di sua figlia Giulia.

La prima domanda è inevitabile, come state? Risponde Wilma, la voce un po’ debole, leggermente affaticata. I segni della recente polmonite ancora vivi.

«Meglio, ma portiamo ancora addosso qualche strascico del virus. Io ho la voce bassa e la tosse. Anche Giulia sta meglio, in attesa della negativizzazione. Ora siamo separate da Laura, che è in isolamento domiciliare nella nostra casa».

Laura come sta? «Dopo il tampone positivo, non è stato necessario il suo ricovero. Stava e sta abbastanza bene, ma ha la febbre da qualche giorno. Sta facendo una cura antibiotica, seguita dalla nostra dottoressa».

Facciamo un passo indietro. Sì, perché a Collarmele il coronavirus in questa famiglia ha deciso di colpire senza sconti. Prima Wilma, 61 anni dipendente dell’Inps ad Avezzano. Poi sua figlia Giulia, 31 anni e, una settimana dopo anche Laura, che di anni, oggi, ne compie 28. La negativizzazione – perché è questa la meta per poter urlare “è finita, forse” – è il traguardo atteso anche per Laura, che intanto aspetta.

Non è la fine di tutto, però.

Coronavirus, quando tornare alla vita fa paura

Dignità e coraggio. Le armi scelte da Wilma e Giulia per affrontare il virus. Un contagio comunicato subito al mondo. Perché non c’è mai stato nulla di cui vergognarsi, «io avevo lavorato fino a poco prima. Rendere pubblica la malattia è stato un modo per permettere a tutti i nostri contatti di fare attenzione e stare in allerta», ci racconta Wilma.

Quindi, i ricoveri nei reparti di Malattie Infettive. Avezzano, L’Aquila e, infine, l’Hotel Cristallo con qualche disagio, dovuto alla totale mancanza di assistenza. Il ritorno a casa, voluto, desiderato e alla fine dei fatti solo sfiorato. Wilma e Giulia infatti, sono a Collarmele ma «a casa di mia madre, non nella nostra. Lì si trova Laura in isolamento: è ancora positiva».

Come sarà tornare alla vita normale, avete paura che gli altri possano guardarvi con il terrore negli occhi? Mamma Wilma riflette un momento, prima di rispondere «Abbiamo scelto la trasparenza fin dall’inizio e, sinceramente, non so davvero se gli altri potranno avere reazioni spaventate. Sono io ad avere paura. Paura di incontrare persone positive e di dover ricominciare da zero. Si continua a sapere ben poco di questa malattia ed essere negativi, oggi, non significa che sarò e che saremo negative per sempre. Quanto durerà questa situazione di emergenza e incertezza? Sarò soggetta di nuovo a un’infezione? Questa è la mia grande paura, soprattutto quando arriverà il giorno di tornare al lavoro».

Un passo alla volta. Il prossimo sarà negativizzare anche la paura. Sarà tutto più facile quando Wilma, Giulia e Laura potranno tornare ad abbracciarsi. Perché non basta un tampone, a volte, a restituire la normalità. 

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