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Cabbia di Montereale domenica festeggia Sant’Antonio

A Cabbia di Montereale, tra tradizione e modernità, la festa di Sant'Antonio Abate si festeggia la prima domenica dopo il 17 gennaio.

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A Cabbia di Montereale, tra tradizione e modernità, la festa di Sant’Antonio Abate si festeggia la prima domenica dopo il 17 gennaio.

di Nando Giammarini

Un vecchio detto popolare recita: “Sant’Antonio barba bianca se non piove la neve non manca”.

Sembra voglia evocare l’avanzata età del Santo e le condizioni meteorologiche estremamente variabili nel colmo dell’inverno in alta montagna con le sue temperature rigide.

Diverse sono le feste popolari legate a usanze religiose che scandiscono i ritmi e i cicli delle stagioni; esse richiamano antiche tradizioni ed affondano le sue radici addirittura in era precristiana.

A Cabbia di Montereale , fin dai tempi antichi, questa importante ricorrenza era molto sentita e venerata essendo un paese ad economia prevalentemente agro pastorale e Sant’Antonio Abate il protettore degli animali,delle stalle e le preserva dai pericoli degli incendi.

La festa cade in un periodo in cui tutto è fermo nella sua solitudine serena. Il suo culto di si colloca – in un contesto problematico dominato da grandi sacrifici – nei rapporti tra lavoro e sussistenza fortemente sentito in tutta l’Alta Valle dell’Aterno e particolarmente nei paesi a monte dove più lunga era la permanenza della neve. Quindi maggiori difficoltà.

La leggenda narra che Sant’Antonio Abate – come S.Rocco protettore di Cabbia – proveniva da una famiglia benestante – rimasto orfano fu fortemente provato dalla luttuosa circostanza che segnò la svolta della sua vita; divise i beni di famiglia con la sorella, donò la sua parte ai poveri e si ritirò, per circa un ventennio, a vivere in modo solitario dando inizio alla vita monastica pur senza stabilire delle regole. Questo metodo di vita e un simile clima di calma sovrumana, lontano centinaia di anni luce dalla quotidianità rumorosa, sembra molto assomigliare all’ambiente Cabbiese nel bel mezzo del periodo invernale.

Siamo in un borgo montano, un ambiente fortemente legato al territorio dominato da splendide bellezze naturali, terra di fatiche, di sudori e di tratturi. Era la pastorizia che identificava l’uomo sulla terra in un contesto transitorio e transumante e generava le stesse metafore e identici modi di concepire una travagliata, sofferta, esistenza. Ma la gente di montagna, si sa, è temprata ai duri sacrifici e gli abruzzesi tutti sono gente forte e gentile, per tradizione.

Ebbene in questo scenario, ove la vita è passata per centinaia di anni, il 17 gennaio era festa grande.

Noi , allora bambini, andavamo a scuola più tardi e tutto il paese era in un festoso subbuglio fin dalle prime ore del mattino quando tutti i comignoli erano fumanti ed al chiarore della neve sembrava che il fumo svettasse in alto per ricongiungersi al cielo in un magico incanto. L’antica tradizione Cabbiese – per qualche anno dismessa ed ora fortunatamente ripristinata – era quella di preparare le famose “ Colenne di Sant’Antonio”. Esse sono un’antica specialità culinaria rurale: del farro cotto in brodo preparato di buon ora dalle massaie, veniva distribuito ai bambini di allora, che giravano di casa in casa, insieme alle panette ed in qualche caso più sporadico a delle arance, miseri torroncini di cioccolato e, talvolta, cinquanta lire.

La vera manifestazione, quella più folkloristica, consisteva nella benedizione degli animali, ed allora ce ne erano davvero tanti, nella piazza centrale del paese dove il Sacerdote subito dopo aver officiata la funzione religiosa ancora con i sacri paramenti usciva dalla chiesa, scortato dal fedele sacrestano, ed impartiva la benedizione a tutti gli animali presenti. Al termine essi venivano riportati nelle stalle; alle bestie più grandi, con degli arnesi appropriati, veniva fatta una croce sulla spalla e gli si dava in pasto un pezzo di panetta benedetta in segno di protezione. Poi la vita continuava con suoi ritmi scanditi dalla quotidianità.

Il tempo è trascorso. Ogni Cabbiese ha operato una sua scelta di vita per cui attualmente ci si trova tutti lontani dal paese nei vari sentieri della vita ma da quando è tornata in auge l’antica usanza di questa festa invernale molti tornano. È la prima occasione dell’anno per stare di nuovo tutti insieme dopo le feste di Natale e fine anno da poco trascorse. Gli organizzatori della festa vengono estrattti a sorte in un casa privata ad agosto a ridosso della festa grande del Santo protettore del paese: S.Rocco.

Sono i tanto declamati “festaroli “, linfa vitale ed anima militante di qualsiasi manifestazione paesana, che si occupano in toto dell’organizzazione consistente nel preparare l’antica minestra a base di farro, un secondo piatto non molto impegnativo che verrà consumato, tutti insieme situazione metereologica permettendo, a pranzo in piazza dopo la funzione religiosa. Una famiglia che viveva stabilmente in paese ed era attrezzata con proprio forno a legna forniva le prelibate panette che, dopo la benedizione, venivano consumate dal popolo festoso.

La festa viene fatta la prima domenica successiva alla ricorrenza:quest’anno è domenica 20, onde permettere ad un maggior numero di persone di partecipare.

La forte connotazione rievocativa fa di questa ricorrenza un momento particolarmente suggestivo e allegro nel cuore dell’inverno Cabbiese ed un occasione per rivederci in tanti dopo le festività di Natale e fine anno. Finchè riusciremo a perseverare queste tradizioni il paese continuerà a vivere, avremo a disposizione un importante tassello nel mosaico della nostra storia

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