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Il dialogo, oltre il velo e la moschea (anche per le donne)

"La moschea non s'ha da fare". Eppure dietro l'esigenza di averne una anche a L'Aquila c'è una numerosa comunità che si riunisce da anni in due luoghi di culto in città.

Dire “no” alla costruzione di una moschea è spesso solo una presa di posizione. Ma c’è chi ne chiede una anche per le donne.

di Francesca Marchi
Forse in molti ignorano che in città esistono già due luoghi di culto: uno a Bazzano gestito dalla comunità macedone-albanese, ben strutturato e attivo, l’altro nella zona ovest della città a servizio della comunità marocchina.
Sono più di mille i musulmani a L’Aquila e sono una fetta di quel quasi 2 per cento di quelli presenti in Abruzzo. In questi giorni un botta e risposta tra associazioni e istituzioni sulla potenziale costruzione di una moschea in città. Mentre il “no” arriva deciso da Fratelli D’Italia, c’è qualcuno che ne chiede una anche per le donne.

E’ Abdula Duli Salihi, lo incontro poco prima della preghiera del venerdì: uno scambio di idee, una lezione sulla sua terra e sul confine spesso labile tra religione e cultura.

Parliamo dell’area adibita a moschea, della necessità di averne una vera, della vita della comunità macedone-albanese che risiede a L’Aquila, del Ramadan appena terminato, delle famiglie e delle donne.

Abdula ha trent’anni, è in Italia da oltre venti e ritaglia ampi spazi della sua vita per “lavorare” per la sua comunità. E’ presidente dell’associazione culturale Albanesi della Macedonia “Rilindja”, è membro del consiglio territoriale sull’immigrazione e componente del tavolo interreligioso presso la Prefettura di L’Aquila.

Quando chiedo ad Abdula le sue origini risponde che è “macedone di etnia albanese” – specifica più volte. “Non a tutti è chiaro che la comunità macedone albanese si distingue all’interno in due etnie”. C’è quella albanese che professa religione musulmana e quella macedone ortodossa.

Ma andiamo per ordine e facciamo un passo indietro.

Abdula aveva sei anni quando lasciava la Macedonia: erano i primi anni novanta quando l’Italia scoprì di essere una terra promessa per i popoli della penisola balcanica.

L’immigrazione di ieri e di oggi

Da allora fino ad oggi un pezzo di storia di immigrazione è stata scritta. “Prima andava di moda avere l’amico straniero, la cosa incuriosiva e affascinava sia il tuo vicino di banco che il coetaneo della porta accanto. C’era accoglienza, mi sono sentito subito a casa una volta arrivato in un piccolo paese come Picenze, un mondo nuovo per me e la mia famiglia, ma che ancora oggi posso chiamare casa. Oggi è diverso: c’è paura, diffidenza e fobia sociale”.

L’Italia e le sue non regole

Ma oltre il sentire comune, Abdula punta il dito sulle politiche dell’immigrazione: “L’Italia si è fermata a molto tempo fa, è come se fosse in una sorta di limbo non aggiornando leggi e regole”. E sul caso Aquarius e porti chiusi dice: “Il Ministro Salvini avrebbe dovuto prendersela con le politiche sbagliate dell’Unione Europea, unica colpevole di questa situazione. A Bruxelles avrebbe dovuto battere i pugni, non accattivirsi verso i migranti. L’Italia finora è stata una trappola per via delle porte chiuse degli altri stati, avrebbe dovuto avere delle regole, ferree, magari come quelle della Germania. L’Italia avrebbe dovuto imparare a “filtrare” gli ingressi molto tempo fa per non generare paura e odio oggi”.

Torniamo sul fronte moschea che ha gli occhi puntati dell’opinione pubblica, dopo alcuni attriti tra associazioni e forze politiche.

La famosa moschea, chiamata impropriamente così, si trova in un capannone a Bazzano. Questo luogo di culto fu inaugurato nel 2012 e non è stato il primo in città.
E’ arrivato dopo il tendone provvisorio a fianco alla mensa di Celestino a piazza d’Armi, e dopo il centro culturale islamico per i marocchini in via Giovanni De Cacchi, ancora in funzione.

Si è passati dalla straordinarietà di avere moschea accato a una chiesa cristiana, a una confusione totale che fanno dell’islam e dei radicalismi un’unica cosa.

“Probabilmente vincerà il pregiudizio su una cultura ancora poco conosciuta, qui in città come altrove, ma vorremmo agire nel rispetto delle regole” – afferma Abdula. “Se non si raggiungono accordi con la vecchia generazione perché non provare ad avere un colloquio con la seconda generazione fatta di giovani che hanno il rispetto delle regole come base del vivere civile?”

Intanto nel locale in affitto tra le fabbriche del nucleo industriale, dall’alba fino a notte, l’appuntamento con la preghiera si ripete cinque volte al giorno. La preghiera del venerdì riempie la stanza a ora di pranzo.

Abdula è una mano tesa al prossimo: la conoscenza abbatte le barriere

“Dico ai miei ragazzi che dobbiamo farci conoscere per buttare giù ogni tipo di barriera. Ce la possiamo fare, me lo hanno confermato gli eventi culturali, sportivi e religiosi che abbiamo organizzato e a cui hanno preso parte donne macedoni, marocchine, albanesi, italiane con velo o senza velo. In quelle occasioni la religione e la cultura non hanno fatto differenze”.

“Le donne come gli uomini”

“Non immagino mia madre o mia moglie rinchiuse in casa. Mia moglie non porta il velo per sua scelta personale, io non lo impongo. L’imposizione è maschilismo non islamismo. Da qui dobbiamo partire per farci conoscere”.

abdula duli salihi

Mentre c’è chi dice no alla potenziale costruzione di una moschea c’è l’altra faccia della medaglia, il musulmano che chiede un luogo di culto vero e più ampio, per sostituire un capannone in affitto tra le fabbriche, per permettere a tutti di pregare. “Le donne come gli uomini”.

 

 

 

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