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Io, fratello di Ernesto e compagno di idee del Che

Cinquant’anni dalla morte di Ernesto Che Guevara: lo ricordiamo con un’intervista a suo fratello Juan Martin che lo scorso maggio ha fatto tappa in Abruzzo dopo un viaggio tra Spagna e Nord Italia.

Testo di Kevin Salutari [Mio fratello, il Che: Juan Martin Guevara in Abruzzo – L’INTERVISTA maggio 2017]

Juan Martin Guevara ha parlato della sua esperienza personale come dissidente in Argentina negli anni ‘70 e della prigionia di 8 anni, 3 mesi e 23 giorni. Questo e altro all’interno del libro “Mio fratello, il Che” che racconta la storia di suo fratello maggiore.

L’obiettivo del libro, presentato a Sulmona nella sola tappa in centro Italia, è rendere attuale il personaggio del Che e umanizzarlo, facendo riferimento al contesto familiare e ad avvenimenti personali.

L’umanizzazione serve soprattutto per i giovani, per indirizzarli a somigliare a qualcuno che è “umano”, dato che è difficile somigliare a un “mito”: “E’importante perseguire i propri obiettivi, come aveva fatto mio fratello”, dice Juan Martin.

Un confronto utile anche per sfatare alcuni luoghi comuni del Che e della sua famiglia: uno su tutti, quello riguardante le origini della famiglia Guevara, considerata oligarchica e ricca dall’opinione pubblica. “E’ falso“, dice l’autore: “La mia non era una famiglia aristocratica, eravamo fuori dai canoni e dalle regole dello status sociale di allora”.

Juan Martin è l’ultimo di 5 fratelli e ha avuto campo libero nella vita anche grazie alla libertà di scelta concessagli dal padre. “Mio padre era una persona speciale… probabilmente gli mancava qualche rotella!

Il padre viene descritto come “una persona intelligente, ricca di sogni ma che si perdeva nel portarli a termine”. La madre era invece orfana, cresciuta in un collegio di suore molto severe, di cultura francese: quando esce dal collegio diventa anticlericale e dimostra una particolare dedizione alla disciplina.

 “Ciò che accomunava mio padre e mia madre era la ricerca della cultura, condividevano lo stesso sogno!” prosegue. Ed è proprio dall’unione dei loro tratti distintivi che emerge il carattere di Ernesto: “era la fusione perfetta tra i due genitori, sognatore come il padre ma dedito alla disciplina come la madre. E’ in questo modo che è riuscito a rendere realtà i propri sogni”, afferma l’autore.
 Diversi sono i periodi della vita del Comandante descritti nel volume. Nel libro vengono utilizzati dei vezzeggiativi quando si parla di Ernesto, mentre quando raggiunge i suoi obiettivi e il massimo della fama, viene utilizzato il termine Che, cosa che fa affermare a Juan Martin di esserefratello di sangue di Ernesto e compagno di idee del Che.
 Quando è arrivato nel 1959 a L’Avana, tutti i suoi fratelli erano impegnati con l’università. Lui no: “La mia scuola è stata la stradavivevamo in un rione e lì, giocando in mezzo la strada, sapevi benissimo chi era da frequentare e chi no! Quando sono arrivato lì, a 15 anni, ho lasciato un fratello e ho trovato un comandante”.
 C’è spazio anche per una riflessione sulla situazione attuale a Cuba, in termini di cambio culturale, di turismo e dell’aumento dell’idea capitalista a discapito di quella socialista: “Nonostante questo il popolo cubano ha sempre resistito e la nazione è attiva per quando riguarda salute, educazione e tranquillità sociale”.

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