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Università e numero chiuso, il dibattito si accende

Non tutti all’interno del panorama studentesco si stanno mostrando in accordo con la visione di Udu L’aquila, che sulla scia della sentenza del Tar del Lazio ha chiesto alla rettrice Paola Inverardi l’eliminazione del numero programmato locale nell’Università dell’Aquila.

Tra questi, l’associazione studentesca Azione Universitaria esprime in un comunicato non poche perplessità, innanzitutto il rischio di un abbassamento qualitativo dell’Ateneo. Un dibattito aperto, legato a due diverse concezioni del diritto agli studi universitari.

“In merito alla sospensione dei test a numero chiuso per le facoltà umanistiche all’Università Statale di Milano, riteniamo opportuno aprire una doverosa riflessione sui corsi ad accesso programmato. Se la richiesta di “aprire a tutti l’accesso” risulta un facile slogan, soprattutto in periodo di test di ammissione ai corsi, chi protesta non fornisce alcuno strumento alternativo né di selezione, né di risoluzione del problema.
Prima di tutto bisogna specificare che le nostre Università hanno risorse che dipendono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che si basa, tra le altre cose, soprattutto sul concetto di costo standard di uno studente che dipende, insieme ad altri fattori, come la capacità di questi a laurearsi in tempo nell’ateneo.
La natura del FFO è quella di dare agli atenei il finanziamento in base alla qualità dei corsi che offrono e alla capacità di mettere i propri studenti in condizioni di laurearsi entro il tempo stabilito.
Per farla breve, è evidente che una Università che non riesce a seguire i suoi iscritti avrà una qualità dello studio minore di altre, con conseguenze gravi a danno del diretto interessato: lo studente.
Quindi il finanziamento impone che si crei maggiore equilibrio tra il numero di studenti che conseguono il titolo e, in base alla preparazione ricevuta durante il percorso di studi, l’efficacia del titolo stesso.
Con l’apertura incondizionata dei corsi la fine che faremo sarebbe quella del cane che si morde la coda, tutti contenti per l’ammissione incondizionata ad ogni corso di laurea ma, al tempo stesso, scarsa appetibilità nel mondo del lavoro.
La formazione è cosa seria, perciò non si può svolgere in condizioni precarie e superficiali.
Siamo d’accordo nel coinvolgere il più ampio numero di studenti e aumentare i fondi a beneficio della ricerca e della didattica ma, al tempo stesso, questa deriva ideologica non fa bene alla cultura del merito, al mondo del lavoro italiano e non forma i nostri giovani all’importanza dell’apprendimento.
Non possiamo accettare in alcun modo che l’Università torni ad essere quella del ’68 e del 6 politico.
Siamo fermamente contrari a queste reminiscenze radical-egualitarie, secondo le quali è meglio ridurre la qualità della didattica al fine di garantire a tutti un “pezzo di carta”.
Crediamo sia fondamentale ridare la giusta dignità ad un’istituzione e ad un titolo, basando sul merito ogni attività legata all’istruzione, alla ricerca e al mondo accademico e all’efficacia che questo può avere per lo studente e per la società. E’ inutile avere migliaia di laureati poco preparati che poi dovranno svolgere lavori lontani anni luce dalla professione che hanno sognato e per cui hanno investito soldi e tempo.
Quella di Milano non è una vittoria, come sbandierato da alcuni, ma una profonda sconfitta qualora venisse accompagnata dalla semplice apertura dei corsi di laurea. L’accesso libero non è indice di sostenibilità ma più facilmente anticamera del caos se non si hanno gli strumenti per dare le basi dello studio”.

 

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