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Flavio Sciolè all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila

Flavio Sciolè all’Accademia di Belle Arti in collaborazione con la Scuola di Scenografia, primo appuntamento sulla drammaturgia contemporanea condotto da Marcello Gallucci e Carlo Nannicola.

L’intervista a cura di Alberto Di Muzio

Flavio Sciolè, nato ad Atri nel 1970 è attore, regista, drammaturgo e artista. Inizia la sua carriera con il teatro dopo aver lavorato per il Teatro Stabile d’Abruzzo. Si dedica alla sperimentazione e alla ricerca dando vita al gruppo Teatro Ateo. I suoi lavori hanno partecipato a festival di gran prestigio, firmando opere come Kristo 33, Delirium e Giuda.

Come è nato l’incontro con l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila ?

Il tutto è stato generato da un incrocio drammaturgico con Marcello Gallucci a cui avevo dato dei miei testi da leggere. Negli ultimi anni ho digitalizzato quasi tutte le mie opere teatrali cercando di dare un corpo anche agli spettacoli più destrutturati che erano comunque colmi di parola. A Marcello chiedevo una interazione artistica che, nel dialogo, è divenuta una esposizione pubblica della mia antidrammaturgia. Rievocando il titolo, il mio è un teatro rimosso ed autorimosso. La mia scelta di percorrere sentieri alternativi mi ha permesso di andare a fondo, di sviscerare l’Io. Sarà la narrazione di 25 anni di (anti) teatro. Nel seminario analizzeremo anche il cinema sperimentale e la performance, due zone che con Teatro Ateo ho attraversato. L’evento è condotto da Marcello e da Carlo Nannicola con cui ho già collaborato in passato.

 Che rapporto ha con gli studenti e cosa ne pensa dei giovani artisti?

Non ragionando per categorie, non ho una mia personale idea degli studenti, presi singolarmente potrei incontrare degli individui, delle persone. Ecco, gli studenti dell’Accademia, come individui, come persone che hanno scelto di occuparsi di Arte, li vedo bene. Hanno scelto l’Utopia, il non tangibile. Creare equivale a respirare, non è un lavoro, è un’esigenza. Della gioventù amo il poter sperare, il poter sognare cosa si sarà. I giovani artisti, se riescono a trattenere quell’urgenza che li ha portati a scegliere l’Arte, se riescono a declinare le proposte ed i compromessi proposti dalla società dello spettacolo potranno diventare degli artisti puri, reali, forse grandi.

In un’intervista Joe D’Amato (Aristide Massaccesi), noto regista di genere, si definiva un regista modesto, lei come si definisce?

Amo D’Amato, un regista sempre fuori dai recinti. Io, se dovessi definirmi, mi reputo un antiartista, per scelta, non per un caso. Agisco nell’Arte per Istanza ed ho sempre sentito in me l’importanza del ribaltare le regole, leggerle al contrario. La  mia voce ha sempre intrattenuto rapporti con la psiche più straniante e deforme dell’uomo, non ho saputo fare altro. Mi reputo un cantore della perdita, della decadenza, non inseguo il luccichio delle medaglie ma la meraviglia dell’errore, della fragilità. La vita è un obolo donatoci dal caso.

Cosa ne pensa del cinema italiano di genere?

Assieme al cinema sperimentale il cinema bis italiano è l’unico che guardo e che amo. Mi annoia la narrazione retorica e stereotipata del cinema americano, mi ricorda chi rincorre vanamente la vita credendo di essere immortale. Autori come Fernando Di Leo, Mario Bava, Sergio Martino, Renato Polselli (che ho avuto il piacere di frequentare) li trovo maestri indiscussi del Cinema. Anche registi di nicchia come Alberto Cavallone o Eriprando Visconti hanno espresso un loro mondo ben delineato e riconoscibile. Quello che mi sorprende sempre è l’attenzione che questi film riescono a generare, non hai mai idea di come proseguirà la storia. Se mi capita di vedere un prodotto hollywoodiano, invece, dopo cinque minuti ho già ben chiaro il finale. Personalmente, con il Ciclo Delirium ho omaggiato il b-movie incrociandolo allo sperimentale.

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