IlCapoluogo.it - L'aquila News: notizie in tempo reale di Cronaca, Politica, Stefania Pezzopane, Massimo Cialente, Pierpaolo Pietrucci,Collemaggio

Alpini, il Motto del Battaglione L’Aquila vola lontano

Vola lontano il motto del Battaglione Alpini L’Aquila, per merito di Gianfranco Giustizieri, autore del libro “Gli Alpini, d’Annunzio, un motto. Storia, Poesia, Leggenda in terra d’Abruzzo e anche oltre”

Se ne parla, infatti, nella prestigiosa  Rivista Italiana di Onomastica XXIII (2017), con la recensione di Federico Mussano, di cui riportiamo uno stralcio.

“Nel 1935, secondo il titolo del primo capitolo del volume scritto da Gianfranco Giustizieri, studioso della letteratura italiana del Novecento e delle tradizioni culturali e popolari abruzzesi, fu costituito il battaglione Aquila presso il 9° reggimento Alpini. Come scrisse il Sottosegretario di Stato Baistrocchi, «con questo provvedimento ho inteso realizzare una vecchia aspirazione della forte popolazione abruzzese»: il popolo abruzzese da subito interpretò il motto del battaglione “Aquila” (poi diventato battaglione “L’Aquila”) con precisi riferimenti a toponimi ben noti in Abruzzo. Il motto, assegnato ufficialmente con D.P.R. 10/06/1977 era “D’AQUILA PENNE, UGNE DI LEONESSA”, motto che suonava dannunziano. Mancavano informazioni precise circa la destinazione che d’Annunzio avrebbe dato al suo scritto. Al di là dei riferimenti ai due fieri animali, trovava corrispondenza con quattro toponimi della geografia tradizionale degli Abruzzi (Leonessa nel 1927 passò al Lazio, alla neonata provincia di Rieti). Le corrispondenze sono aquila/L’Aquila, penne/Penne, ugne/Orsogna, leonessa/Leonessa. Certo, la terza di queste lascia un po’ perplessi, ma trova agganci nell’esistenza del Vallone d’Ugni presso Orsogna e in etimologie che partono dalla presenza di orsi nel territorio con Ursonia, come si legge nel Diploma di Ruggero il Normanno del 1151. Non soprende dunque scoprire come le quattro sezioni dell’Associazione Nazionale Alpini dell’Aquila, di Penne, di Orsogna e di Leonessa trovarono opportuno gemellarsi tra di loro. Nel luglio 2008 vi fu un raduno con ben tremila Alpini delle quattro sezioni sopracitate. L’imponente numero di Alpini dell’incontro del 2008 e la consolidatissima tradizione riferita ai quattro toponimi non potevano costituire una prova decisiva agli occhi dello studioso e così Giustizieri si è chiesto cosa ci fosse dietro a tutto ciò. Curiosità che lo ha portato a un faticoso lavoro negli archivi romani della Difesa, non solo dell’Esercito – nelle cui file gli Alpini sono inquadrati – ma anche della Marina Militare che, sovente, utilizzò motti dannunziani per le proprie navi. In particolare il “Pancaldo” dal varo all’affondamento, ovvero dal 1929 al 1943, utilizzò proprio il motto “D’AQUILA PENNE, UGNE DI LEONESSA”. La conclusione a cui si è pervenuti è che le dilogie aquila/L’Aquila, penne/Penne, ugne/ Orsogna, leonessa/Leonessa non possono ritenersi alla base del motto, motto individuato come il verso 51 de L’ultima canzone di d’Annunzio. Si tratta della famosa lirica pubblicata in Merope. A ciascuna di voi con indefessa / 50 vigilia diedi vólto d’eroina, / 51 d’aquila penne, ugne di leonessa. Sì, ma ancor prima vi fu la pubblicazione sul «Corriere della Sera» del 14 gennaio 1912 (per inciso da tale pubblicazione scaturì la netta stroncatura sulla Voce per opera di Giovanni Amendola e di Benedetto Croce). Gianfranco Giustizieri ha individuato altre occorrenze dannunziane dei quattro sostantivi. d’Annunzio ricorse all’accoppiata aquila/penne nel 1899 mentre leonessa fu usato nel 1903 (Leonessa associato a Brescia lo usa Aleardi prima ancora di Carducci). Per ugne/ugna c’è poi l’appello post-Caporetto che d’Annunzio lanciò nel 1917: «Non piegare d’un’ugna», poi pubblicato nel volumetto La riscossa. Non vi fu quindi destinazione esplicita a corpi militari (di tradizioni abruzzesi o di altra estrazione) del motto preso in questione, né il Vate volle associare deliberatamente – per poi darne comunicazione – i quattro toponimi al verso 51. Resta tuttavia un dubbio: un abile giocatore di parole (un ludolinguista, diremmo oggigiorno) come d’Annunzio non potrebbe aver comunque rilevato i bisensi dal sapore enigmistico mentre scriveva L’ultima canzone? Gabriele d’Annunzio possedeva un’eccezionale capacità verbocombinatoria e qui non si allude solo ad allitterazioni, giochi di parole, ecc. nei suoi motti, né ci si riferisce solo a quell’Ariel che tutto sommato è un logogrifo di Gabriele o ad altre espressioni del genere: guardiamo invece all’eccezionale virtuosismo che d’Annunzio offre nel Poema paradisiaco / Hortus Larvarum / La statua con la polisemia di “muta”. Ecco i versi 1, 4, 5, 8, 11, 14: «Il bel parco, ove un dì correa la muta», «ne l’ombra ride e piange a muta a muta», «E piange e ride verso l’ombra muta», «la statua dal gesto che non muta», «solo, che piange verso un’ombra muta», «sta forse un altro gesto che non muta»: fini giochi equilibristici tra sostantivi, locuzioni avverbiali, aggettivi, voci verbali. Chi sapeva destreggiarsi così abilmente tra i bisensi de La statua in modo analogo avrebbe saputo ben padroneggiare i bisensi toponimici di aquila, penne, ugne e leonessa.

(e.f.)

X