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Moretti, terremoti a confronto

“Le tragiche esperienze che la natura ci ha costretto a vivere non ci hanno insegnato nulla, prova ne sono stati gli allarmismi lanciati dalla Commissione Grandi Rischi a seguito delle scosse di gennaio. Bisognerebbe studiare di più e parlare di meno, o, quantomeno, parlare con più cognizione di causa”. Il geologo Antonio Moretti ha così stigmatizzato gli allarmismi degli ultimi mesi nel suo intervento presso il convegno Sotto i nostri piedi , organizzato da Nuova Acropoli presso l’Auditorium Sericchi.

A spiegare come si origina un terremoto, che caratteristiche può presentare e quali sono le contromisure da prendere sono stati il geologo Antonio Moretti e l’architetto strutturista Antonio Lippo i cui interventi sono stati moderati dalla giornalista Marianna Gianforte. Moretti, a margine del convegno, ha espresso al Capoluogo il proprio disappunto dal momento che per mesi ha dovuto ascoltare allarmismi di stampo medievale.

Professor Moretti, in questi mesi abbiamo vissuto in un clima di paura, molta gente sembrava in preda ad una vera psicosi.

“Esattamente, è stato fatto un allarmismo del tutto ingiustificato che ha dimostrato quanto poco abbiamo fatto tesoro delle esperienze passate. Tutti noi dovremmo sapere bene, ormai, che dopo una forte scossa ne seguono altre di minore intensità, i terremoti che stiamo sentendo sono tutte repliche degli eventi accaduti il 18 gennaio. La probabilità che possa verificarsi una scossa tra 6 e 7, come è stato più volte ripetuto dai membri della Commissione Grandi Rischi, è minima.”

Possiamo tranquillizzarci?

“Di fronte a tali formidabili forze naturali stare tranquilli è difficile però possiamo evitare di cadere nella paura cieca studiando il fenomeno con cui abbiamo a che fare. La sismogenetica del centro Italia ci insegna che a L’Aquila e ad Amatrice il fenomeno si è esaurito, per esaurito non intendo che non vi saranno più scosse, quelle si verificheranno ancora in futuro, ma è assai improbabile che vi sia ancora energia sufficiente per scatenare forti scosse. Alla luce di questo non dovremmo tanto preoccuparci delle zone dove il si è verificato un sisma bensì di quelle zone dove il sisma non si è ancora avvenuto; ricordiamoci sempre che l’Italia, specialmente il centro-sud, è una zona ad alto rischio quasi ovunque. Qui, ormai, la natura ha fatto quello che doveva fare, dovremmo più che altro preoccuparci di cosa non stiamo facendo dopo queste esperienze”.

Il tema della ricostruzione tiene banco nelle discussioni, quali aspetti vengono  trascurati?

“Le modalità con cui ricostruire dovrebbero tener conto non solo del terremoto in sé ma da come esso si verifica e come influisce sui vari tipi di terreno e sugli edifici costruiti su di esso; i materiali con cui gli edifici sono realizzati, poi, sono determinanti.  A L’Aquila, come ad Amatrice, molti edifici erano costruiti non in cemento armato ma in muratura povera, ossia con materiali estratti in loco. La pietra estratta nelle nostre zone è di tipo calcareo e ciò ha reso le nostre mura meglio coese rispetto a quelle degli edifici di Amatrice e dintorni che erano composti da arenarie. Questo per quanto riguarda gli edifici in muratura povera, ma vi sono problematiche legate anche agli edifici in cemento armato.

Addirittura?

“Certo, si tende a prendere in considerazione le sollecitazioni orizzontali, ma in un terremoto non tutti gli edifici subiscono le stesse sollecitazioni”.

Sta parlando dei terremoti di tipo ondulatorio e sussultorio

“Esattamente, i nostri terremoti, in relazione agli edifici, non sono mai solo ondulatori o solo sussultori, tutto dipende dal terreno su cui un edificio è costruito, il modo in cui è stato costruito e la sua posizione rispetto alla faglia. Noi tendiamo a prendere come esempio gli edifici giapponesi dimenticando che in Giappone, dove la maggior parte dei terremoti hanno l’epicentro in mare, non conoscono le sollecitazioni verticali. Un edificio costruito secondo gli standard giapponesi sarebbe molto vulnerabile ai nostri terremoti”.

Cosa andrebbe fatto?

“Sicuramente effettuare un’accurata microzonazione del territorio e poi favorire la collaborazione tra geologi, sismologi ed ingegneri, la burocrazia andrebbe snellita e le verifiche agli edifici in costruzione rese più accurate.”

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