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Disastri e disservizi: rimettiamo a posto le cose

di Fulgo Graziosi

Sono due le catastrofi che hanno sconvolto l’Italia centrale: il terremoto e le eccezionali nevicate. In Abruzzo ci è caduta sulla testa anche una ulteriore tegola, l’immane tragedia di Rigopiano.

Cerchiamo di guardare, per quanto possibile, gli avvenimenti con un certo critico distacco. Le manifestazioni sismiche non sono prevedibili. È un fatto assodato. Le precipitazioni nevose, invece, possono essere previste e anche con una certa attendibilità. Gli Enti preposti alla gestione dei servizi pubblici, perciò, dovrebbero essere particolarmente attenti e preparati per fronteggiare le calamità naturali. Lasciamo da parte la sciagura provocata dalla valanga che ha creato tanti, troppi, morti. La materia dovrà essere trattata con la dovuta attenzione dalla Procura della Repubblica di Pescara.

Appuntiamo, invece, le attenzioni sul balletto dell’attribuzione delle responsabilità che alcuni Enti hanno cercato di addossare alle altre Istituzioni, scegliendo oculatamente quelle più deboli e fragili.

Ci riferiamo, in particolare, all’ENEL a cui fa carico la distribuzione dell’energia elettrica. Non è pensabile che, all’inizio del terzo millennio, le linee elettriche vadano in tilt a seguito di un acquazzone o di una nevicata più abbondante del solito. Non è possibile che si resti ancorati a criteri che avrebbero potuto trovare possibili giustificazioni nell’immediato dopo guerra, quando l’energia elettrica veniva usata quasi esclusivamente per l’illuminazione. Oggi, la vita sociale, civile, industriale usa la corrente elettrica quotidianamente come l’acqua, anzi più dell’acqua. Infatti, se viene interrotta l’erogazione dell’energia si ferma tutto, si blocca il paese o addirittura una intera Regione come L’Abruzzo. Nel nostro territorio la neve è stata sempre presente. È di casa. Costituisce anche un elemento capace di produrre reddito sotto diverse sfaccettature. Non ci si può più affidare alla buona sorte. È necessario che si realizzino, da parte di chi ne ha la gestione, fonti alternative di erogazione, specialmente per i Comuni montani, onde evitare che gli stessi restino isolati dal resto del mondo. I sistemi informatici moderni, senza corrente, non funzionano. Gli impianti di riscaldamento subiscono la stessa sorte. Si resta al buio per diversi giorni. Di fonti alternative ne esistono tante, pannelli solari, pale eoliche, generatori di corrente. Appare quanto mai urgente e indifferibile che il gestore, meglio ancora i gestori, investano in questa direzione, allo scopo di assicurare la permanenza dei cittadini nei centri montani. Se dovessero andar via anche questi ultimi eroici residenti, il territorio subirà il collasso definitivo.

I danni per le calamità naturali aumenteranno in maniera esponenziale e, ancora una volta, si andrebbe alla ricerca dei responsabili dei dissesti.

Questi ultimi, però, non sono tutti di natura ambientale. Provocano maggiori e irreparabili danni avventate decisioni politiche, orientate alla innovazione dissennata, senza la minima programmazione e senza neppure uno straccio di simulazione sugli effetti che le ipotetiche riforme potrebbero arrecare al tessuto sociale, alle attività produttive e alla corretta e razionale gestione del territorio. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Strade innevate. Centri abitati isolati. Mancata erogazione dell’energia elettrica. Sistemi informatici e telefonici bloccati. Mancato funzionamento dei sistemi di allarme. Impossibili rifornimenti dei generi di qualsiasi natura.

L’indice accusatore degli inadempienti su quale Ente è stato appuntato? Sulle Province. Istituzione di cui sono restati soltanto i brandelli. Senza una struttura amministrativa e organizzativa razionale ed efficace. Senza risorse economiche. Alcune con i mezzi a disposizione, ma senza risorse umane per la conduzione, perché, nella incertezza del diritto delle riforme, i dipendenti hanno preferito migrare in Enti più sicuri. In tutto questo marasma è inevitabile che qualcuno prenda atto della situazioni ed inizi a remare in senso contrario, rispetto alla frana di un disfattismo politico. Il Presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ha intuito che è alquanto urgente provvedere alla ricucitura del sistema amministrativo locale, mettendosi a capo di quei Comuni che, dissestati dal terremoto, rischiano di essere esclusi dai benefici per la ricostruzione, poiché non inseriti nell’area del cratere sismico. Non si è fermato qui. Ha dichiarato pubblicamente che chiederà al Governo di “finanziare le Province per due miliardi di Euro”. Benissimo, per recuperare il terreno perduto e per evitare ulteriori danni. Non è sufficiente. Per restituire ruoli, funzioni, efficienza e capacità amministrative alle Province occorrerebbe guardare anche oltre. Gli elementi di base ci sono tutti ad iniziare dall’esito dell’ultimo referendum.

Il popolo ha votato contro l’abolizione delle Province. Ne dovremmo prendere atto e restituire l’assetto giuridico e amministrativo all’Istituzione provinciale. Il finanziamento una tantum non risolve i problemi di base. Basta solo per mettere una pezza a colori ai danni causati da dissennate riforme. Il patrimonio stradale va curato e mantenuto attraverso interventi ordinari costanti nell’arco dell’anno. La disciplina delle acque meteoriche va ripristinata. Non si può consentire che il piano stradale diventi il letto di un torrente che, prima o poi, straripa e travolge scarpate, trascinando a valle anche il piano stradale. Luciano D’Alfonso ha imboccato una strada difficile e irta di difficoltà, ma essenzialmente giusta. Allo stato delle cose è l’unico Presidente che abbia preso il toro per le corna, portando sui tavoli governativi i problemi di una intera Regione.

Sarebbe auspicabile, a nostro avviso, che D’Alfonso si faccia portatore in seno alla Conferenza delle Regioni e della Presidenza del Consiglio anche del completo riordino delle Province. Potrebbe essere questa la prima proposta, in senso assoluto, per l’applicazione letterale dei risultati della consultazione referendaria del dicembre scorso. Il Consiglio Regionale, i resti delle Province e, soprattutto, i 305 Comuni abruzzesi dovrebbero costituire, almeno questa volta, un unico compatto cuspide capace di sfondare quelle resistenze governative e parlamentari che si ostinano ancora ad ignorare la volontà popolare.

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