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2 febbraio 1703: il grande terremoto della Candelora

314 anni fa il grande terremoto che distrusse L’Aquila, proprio il 2 febbraio, giorno della Candelora.

Un anniversario, quello di quest’anno, particolarmente doloroso visto il ritorno, dopo il 6 aprile del 2009, dell’incubo terremoto nella nostra città: è la faglia del 1703, ha detto in una intervista a Il Capoluogo pochi giorni fa Leonardo Nicolì, fondatore e direttore di iAReSP Association.

Le cronache del tempo parlano di un insieme di eventi sismici nell’Alta Valle dell’Aterno e nell’intera parte settentrionale della provincia dell’Aquila che cominciò con ogni probabilità alla fine del 1702.

La scossa devastante ci fu il 2 Febbraio 1703. Si stima che abbia avuto una magnitudo di 6,7 causando devastazioni del decimo grado della Scala Mercalli. La città venne rasa al suolo: morirono 6mila persone.

Rovinò buona parte della città  e fu veduto in piu’ luoghi aprirsi la terra […] la terra continuamente esalava puzzolenti vapori, l’acqua nei pozzi cresceva e gorgogliava, gli acquedotti della città rimasero infranti, e per 22 ore la terra si sentì muovere.

racconta Anton Ludovico Antinori, nei suoi Annali.

Il terremoto si verificò attorno alle 18 e sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Nel momento della scossa, circa 800 persone si trovavano nella chiesa di San Domenico: il tetto dell’edificio crollò, diventando una tomba per i presenti.

In totale, all’Aquila ci furono 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione: ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine, per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.

Altri crolli ci furono nella basilica di San Bernardino, nella cattedrale di San Massimo, nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant’Agostino.

La città dell’Aquila fu, non è; le case sono unite in mucchi di pietra, li remasti edifici non caduti stanno cadenti. Non so altro che posso dire di più per accreditare una città rovinata

scrive il Marchese della Rocca Marco Garofalo,in una Lettera al Viceré di Napoli nel quale lo informava di quanto avvenuto. Va però sottolineato come la città non fu abbandonata, nonostante la distruzione. Garofalo avviò una serie di iniziative, anche scontrandosi col potere centrale austriaco: cercò di ristabilire un minimo di ordine pubblico e d’evitare l’esodo della popolazione soprattutto verso i territori sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio. Ad otto mesi dal sisma, raccomandò di allentare la pressione fiscale a seconda della gravità dei danni riportati dagli abitanti e per singole zone: 10 anni a L’Aquila, 8 per Pizzoli, 6 per Arischia.

Scriveva ancora, nell’aprile del 1703, il Marchese Garofalo.

Con molta costanza hanno resistito in questo inverno a’ patimenti abitando dentro le mal composte baracche, et hora non solo di buon animo le migliorano ma molti avendo allontanato le rovinate mura dal suolo dove per prima erano le loro abitazioni, in questo suolo istesso, benché cinto dalle rovine di altri prossimi edifici, vi hanno formato le abitazioni di legno….

La tragedia incise profondamente nella comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l’altro in segno di speranza.

Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non arriva mai prima del 2 febbraio, giorno della Candelora, e viene definito a ragione il Carnevale più corto del mondo.

Un ricordo, indelebile, della tragedia del 1703 giace ancora nel cuore della città. Si tratta della chiesa di Santa Maria del Suffragio, nota anche come chiesa delle Anime Sante, edificata dopo il terremoto del 1703 e divenuta, suo malgrado, doloroso simbolo della scossa del 2009.

(e.f.)