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L’Abruzzo sepolto

Sotto la valanga ci sono ventinove morti e la dignità di una regione, l’Abruzzo.

Sotto la neve è sepolta per sempre la vita di 29 famiglie e pure l’ultima speranza. Ieri, soltanto ieri è finito tutto e già partivano in massa gli appelli per i turisti: venite in vacanza qui, solo così aiuterete l’Abruzzo.

No, l’Abruzzo non è così che si aiuta. L’Abruzzo si aiuta da solo, scrivendo le sue priorità: non c’è turismo e non c’è sviluppo né futuro se non si scava lì sotto quella valanga. E lì sotto è rimasta seppellita per sempre la serietà e la credibilità di una terra che non cresce, che non si affranca dai familismi e dagli abusi, dalle raccomandazioni e dalla politica a basso prezzo.

Non c’è un domani se non c’è sicurezza, serietà, se le parole non torneranno ad avere un peso un senso un valore.

La valanga sull’hotel Rigopiano è l’emergenza, forse la casualità, forse il destino, forse tutto questo e altro ancora ma la neve no. La neve che cade fitta, annunciata da previsioni catastrofiche già dieci giorni prima è ordinaria amministrazione, ordinarissima per una regione di montagna che viene catapultata nel giro di due nevicate e di pochissime ore in un viaggio indietro nel tempo: 260 mila utenze senza luce, isolate dal mondo, bimbi e vecchi senza elettricità e riscaldamento, strade bloccate perchè si aspetta che la neve cresca fino a quattro metri e diventi muro di pietra per decidersi a spalarla, prima no e a che servono gli spazzaneve, servono a farsi i selfie.

La Regione e la Provincia degli annunci, dei piani neve pronti, ma pronti solo nei cassetti, dei sacchi di sale ed è tutto lì il piano neve, sale e ancora sale, e delle interminabili riunioni, dei comitati e delle protezioni civili, delle foto intorno ai tavoli, delle telefonate a ministri sottosegretari direttori e presidenti Enel e via altisonando, immagini di una vita parallela e lontana dalla realtà: qui si gela si muore si spala e si piange, lì ci si mette in posa e si parla.

Le parole. Quanto pesano le parole in questi giorni di tragedia, quanto ruolo hanno avuto nei ritardi nelle superficialità nelle inadeguatezze. Le parole dette e quelle non dette.

“Una bufala”, liquida così il povero Quintino Marcella la telefonista della Prefettura di Pescara. E la dirigente, peggio che mai, si difende sostenendo che lei quel giorno avrebbe parlato solo con i sindaci (e non fa niente che non ci fosse né luce né telefono, i sindaci si sa hanno i piccioni viaggiatori), e allora poveri voi e poveri noi che dobbiamo lanciare l’esseoesse: senza fascia, che parliamo a fare.

E quel “pare” che accompagna la segnalazione del 118, “pare che un albergo è crollato”, e quanto è comodo quel “pare” per voltarsi dall’altra parte, magari verso la macchinetta del caffè, hanno detto “pare” quindi chissà, e chissenefrega dei protocolli del 118 che fanno scattare il codice rosso soltanto se c’è qualcuno che chiama con una voce concitata. Quel giorno il codice è bianco, anche se la voce è concitatissima, bianca come la neve che continua a cadere: non c’è nessuno che si prenda la briga di cucirli, quei segnali, tre indizi fanno una prova ma quel giorno tre richieste di aiuto fanno una bufala.

Anche la mail dell’albergo arriva a tutti, arriva anche alla Regione il 18 gennaio, ma resta lì. Per un giorno intero. Nessuno la legge. I dipendenti hanno timbrato e sono andati a casa per il terremoto ma lo staff del presidente resta in ufficio. Tutti i 30 collaboratori di D’Alfonso sono al lavoro ma nessuno si accorge di quella mail. Nessuno. Parte la caccia al colpevole, il governatore vuole un capro espiatorio.

Le parole dette, e quelle non dette. Quelle del presidente della Provincia Antonio Di Marco che il 6 gennaio e quindi più di dieci giorni prima annunciava che il piano neve era pronto, e che lui i 90 mila euro della Regione li aveva già impegnati per “lo spargimento del sale”, e altre scorte per 150 tonnellate stavano arrivando in quelle ore. Il piano neve in Abruzzo si fa col sale. Le parole e poi le felpe indossate fino allo sfinimento, come quella del presidente della Regione Luciano D’Alfonso ogni giorno e tutti i giorni dal 18 gennaio, una felpa che secondo le intenzioni dovrebbe comunicare azione, dinamismo, ma finisce per tradursi nell’ennesimo masochistico flop.

E’ la gestione dell’ordinaria amministrazione che ha messo in luce l’arretratezza dell’Abruzzo, la sua vulnerabilità e il drammatico ritardo: i soccorsi sono arrivati dal nord Italia, i tralicci sono crollati, interi paesi sono rimasti isolati. La tragedia dell’Abruzzo ha svelato l’inadeguatezza delle nostre classi dirigenti: quella politica e dei colletti bianchi, che ne sono la diretta espressione. E la bellezza, l’unica bellezza dei suoi straordinari volontari e dei vigili del fuoco, quelli che hanno lavorato notte e giorno, fino all’infarto.

O la dirigente che dice “passatemi solo i sindaci” sono la copia esatta dei presidenti di Provincia e di Regione che inondano le bacheche di foto di inutilissime riunioni. Non ne usciremo mai se si continuerà a investire in fantomatici Masterplan che finanziano funivie e funiculà buone soltanto ad accrescere la visibilità dei politici di turno e a proiettarli nella prossima campagna elettorale: non si possono spendere soldi in costosi parquet se poi sotto il pavimento crolla.

Pubblicato su Maperò il 27/01/2017