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L’Abruzzo forte, gentile e smemorato

di Stefano Salustri

C’è una cosa peggiore dei fenomeni naturali ed è la temeraria e sconsiderata abitudine di sottovalutarne, ignorarne o peggio dimenticarne i rischi.

Circa un secolo fa, Jack London scriveva:

la natura ha a disposizione molti stratagemmi con i quali convincere l’uomo dei suoi limiti l’incessante flusso delle maree, la furia della tempesta, le scosse di terremoto (…) – ma la più tremenda e stupefacente arma di tutte è la fase passiva del Silenzio Bianco. Tutti i movimenti cessano, il cielo si schiarisce, la volta celeste appare di bronzo; il più lieve bisbiglio sembra un sacrilegio e l’uomo diviene timido, spaventato dal suono della sua stessa voce. (…) trema della sua audacia e realizza che la sua vita vale quanto quella di un verme, nulla di più.

Parole che suonano profetiche a guardare gli eventi calamitosi che hanno colpito l’Abruzzo nell’ultima settimana.

Tempeste di neve, borghi bloccati, sciami sismici anomali e slavine che travolgono strutture ricettive mietendo vittime. E’questo il quadro agghiacciante di una regione che da quasi un decennio si trova alla mercé di un’attività sismica incessante alla quale si sono aggiunte copiose precipitazioni nevose. Abbiamo scoperto che non è solo l’alta Valle dell’Aterno con le sue numerose faglie attive a rappresentare un rischio, bensì anche perturbazioni di aria gelida che dalla Siberia attraversano i Balcani e l’Adriatico e si trasformano in muri di neve che investono anche la costa.

Ma se le parole di London ben descrivono ciò che ci ha mostrato la natura di recente, la sua descrizione della reazione umana dinanzi a tali pericoli non corrisponde a quella degli abruzzesi. Le istituzioni abruzzesi non sono apparse impaurite, non sembrano aver preso sul serio la perturbazione nevosa che per giorni si è abbattuta su interi paesi isolando decine di migliaia di persone e bloccando le strade con metri di neve. Tanto che quando è arrivato il terremoto, gli abitanti di molte frazioni non sono riusciti nemmeno ad uscire di casa.

Ma le autorità non tremano, non si allertano più di tanto. Sembrano non voler diffondere il panico.

Le nefaste conseguenze di questa cultura che disconosce la prevenzione, demonizza l’allarmismo ma poi elogia ed esalta con vanagloria la prontezza dei soccorsi ( quando ormai si è in stato di emergenza ) si sono viste ancora una volta nella tragedia dell’hotel Rigopiano.

Qui il Silenzio Bianco non è stato passivo affatto ma si è trasformato in slavina assassina. La richiesta di soccorso lanciata dal proprietario della struttura alla Prefettura, al Comune e alla Provincia, poco prima che accadesse il peggio, pare non sia stata trattata con la dovuta solerzia, tanto che secondo alcuni giornali ci sarebbero diversi indagati per disastro e omicidio colposi.

Ma è inutile andare a cercare capri espiatori dalle sembianze umane. Sul banco dell’imputato deve essere trascinata una cultura sbagliata fatta di un atteggiamento privo di timore e rispetto per la natura e di totale ignoranza delle sue forze, delle sue insidie e dei suoi equilibri.

E’ davvero sensato che una regione appenninica estremamente sismica consideri la neve e il terremoto come “calamità naturali” imprevedibili?

La neve cade in inverno, specialmente in montagna, dov’è la novità? E in quanto al terremoto, non si tratta di un evento occasionale frutto dell’ira divina contro gli omosessuali, come asseriscono certi infelici membri del clero che pensano di potersi ancora approfittare delle superstizioni di un audience medioevale. Il sisma è un fenomeno che esiste da milioni di anni e continuerà a esserci perché, come spiega il Prof. Antonio Moretti, il Gran Sasso e tutta la dorsale appenninica meridionale sono in lento ma inesorabile movimento verso est e così facendo scatenano eventi sismici di intensità imprevedibile.

In altre parole: siamo noi a doverci adattare e proteggere dal terremoto, perché lui esiste da molto prima di noi ed è inarrestabile. Ma questo non si fa mettendo qualche chilo di ferro in più nel cemento, bensì sviluppando una cultura delle prevenzione, usando la ragione e cambiando radicalmente le proprie abitudini di vita, se necessario.

Ma la prevenzione può nascere solo da conoscenza, cultura e saggezza e queste, a loro volta, non possono esistere senza memoria storica. Le slavine sono un esempio emblematico in questo senso. In un suo bellissimo racconto apparso qualche giorno fa su quotidiano.net, lo scrittore e esperto di montagna Mauro Corona scrive: “Le valanghe che raspano i pendii partono sempre dall’alto e dal ripido e si incanalano nei valloni. Hanno una loro strada, un percorso che seguono da millenni, preciso e perfetto.” Nel paese del suo racconto gli abitanti non hanno paura della valagna in caduta e si salvano perché i loro avi costruendo il paese ebbero “accortezza e genio di porlo distante dallo sbocco della valle e po’ a sinistra.” Dov’è la saggezza degli avi d’ Abruzzo?

Eppure anche noi siamo montanari, anzi figli della montagna. Nella sua bellissima poesia in vernacolo “Ci stea ‘na ote”, il poeta aquilano Mario Lolli descriveva la genesi degli abruzzesi come risultato dell’amplesso tra il Gran Sasso e la Maiella:

“s’amorno cuscinta co’ tutte le forze che, pe’ ju calore, la neve se sciorze. (…) Appena passati ‘nu pocu de mesi/Nascettero ji fiji chiamati Abruzzesi/: cuscì ficurorno aju Statu Civile. La razza ch’escette fu forte e ggintile.”

Ma questa razza forte e gentile con la montagna nelle vene farebbe bene a ostentare un po’ meno forza e riscoprire invece i segreti del proprio territorio, sviluppare un po’ più di saggezza, rispetto per la natura e memoria della sua storia.

Farebbe bene, insomma, a mettere nel dimenticatoio quell’oblio della sua cultura che, ignorando i rischi di un territorio tanto affascinante quanto indomito e selvaggio, rischia di continuare a vedere normali e ricorrenti fenomeni naturali trasformarsi ogni volta in disastrose catastrofi umane.