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Roio Piano, ricostruire in sicurezza foto

Lo spazio dei lettori: testo e foto di Fulgenzio Ciccozzi

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Il ticchettio dell’acqua che cade dagli sporti di gronda e si riversa sul selciato è uno dei suoni che accorda il cigolio delle porte e delle finestre dischiuse delle case. Intanto, il soffio del vento s’intrufola nei vicoli, accarezza i muri delle abitazioni distrutte e smuove due piccoli poster di Charlot apposti sugli infissi di un’abitazione. Anche l’omino con i baffi ironizza sulle lungaggini di una complessa ricostruzione. Un alberello di Natale, addobbato con tanta solerzia per dare un tocco di festa a quel deserto di rovine, ora giace abbandonato ai bordi della fonte. Sui muri interni ed esterni delle case sono impressi i morsi del terremoto del 18 gennaio che ha colpito l’Alta Valle dell’Aterno. Un evento che si è manifestato con un’intensità tale tanto da portare quasi a termine l’opera di distruzione iniziata nell’aprile del 2009. La chiesetta della Madonna della Neve (Cona), sino a otto anni fa punto di ritrovo spirituale e sociale del paese, ha subito ulteriori danni alla struttura (evidenti crepe e pezzi di muratura staccatisi da un angolo dell’edifico sacro). Alcuni stipiti in pietra dei portali e delle finestre delle case sono stati smossi, diverse pareti sono segate, altri muri mostrano segni di rigonfiamento. Sbirciando dalle finestre per indugiare negli interni delle abitazioni, si notano termosifoni quasi divelti dai muri, da cui fuoriesce acqua nerastra che si mischia ai calcinacci caduti dai solai.

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Queste case non ce la fanno davvero più. Come è possibile fare progetti di recupero e non di ricostruzione di siffatti edifici di sabbia e pietra che non riescono più a reggere se stessi e che pian piano vanno trasformandosi in macerie sbranate dalle piante e fagocitate dalla terra? Dopo gli ultimi forti terremoti, con quale coraggio si chiederà ai proprietari di rientrare in queste case troppo malconce per essere ristrutturate? Abitazioni che un giorno, non so di quale decennio, dovranno proteggere piccoli e anziani condannandoli invece alla paura e all’insicurezza sino a costringerli, probabilmente, in caso di forti scosse, nuovamente a evacuare. Quale è la soddisfazione nel voler recuperare con cotanta ostinazione quegli edifici divenuti ormai malati terminali per i quali i proprietari più avveduti chiederanno con forza nuovi sopralluoghi? I componenti degli organi decisionali preposti all’uopo, dunque,  dovranno assumersi le  responsabilità che li inducono o li indurranno a operare scelte le quali negano ai cittadini ciò che di più importante dovrebbe essere loro accordato: la massima sicurezza. Sicurezza che deve rimanere sempre all’apice delle priorità, anche davanti alla storia di quei luoghi ai quali verrà portato comunque rispetto riservandogli un posto speciale nelle pagine dei nostri ricordi: in altro modo, ma sempre nei nostri cuori.