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Sirente Velino: servono risorse e un presidente

La priorità è dare più risorse economiche al Parco Sirente Velino, e nominare subito un presidente, senza aspettare la nuova legge, per poter così approvare finalmente il Piano del Parco e graduare i vincoli e venire incontro alle aspettative del territorio”.

La proposta è del consigliere regionale abruzzese del Pd Pierpaolo Pietrucci, presidente della seconda Commissione territorio è stata avanzata nel corso di una riunione all’Aquila a cui hanno preso parte il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, l’assessore regionale ai Parchi, Riserve e Montagne, Donato Di Matteo, e un buon numero di sindaci dei comuni dell’area protetta, compresi quelli della Valle Subequana. Questi ultimi chiedono con forza che si arrivi al più presto alla sua riperimetrazione, come pattuito con l’assessore Di Matteo, in cambio dell’ok alla legge di riforma che accentra i poteri di gestione nelle mani dello stesso assessorato, riducendo anche il numero dei componenti del cda. Pietrucci sottolinea il nodo della vacatio ai vertici dell’ente, gestito dal luglio 2015 dal commissario, il dirigente regionale Annabella Pace, responsabile dell’Ufficio conservazione della natura del Servizio pianificazione territoriale della Regione Abruzzo.

“Il Parco – spiega Pietrucci – deve ritrovare una governance politica, che poi è la condizione per poter approvare finalmente il Piano del Parco, dopo trent’anni di attesa. Serve un interlocutore forte, una figura alta e di prestigio, che stia bene a tutti. E questo va fatto subito, prima dell’approvazione del progetto di legge regionale, che potrebbe avere tempi lunghi”.

Secondo Pietrucci, nella riunione di ieri, definita interlocutoria, si sono detti tutti d’accorso anche sulla sua sollecitazione relativa alle coperture economiche. “È risultato evidente a tutti – conferma il consigliere – che un Parco così esteso non può funzionare con appena 800 mila euro l’anno di fondi regionali, che bastano a malapena a pagare gli stipendi del personale e i costi di gestione. Serve almeno il doppio, e i soldi andranno trovati, spero a breve, con una variazione di bilancio”.

Tornando alla riperimetrazione, taglierebbe del 20% il territorio protetto e darebbe la possibilità di incrementare nelle aree estromesse la caccia al cinghiale, di allentare vincoli per interventi edilizi, di rendere possibile il taglio del bosco dove oggi vige il potere di veto del Parco. Contro questa ipotesi si schierano gli ambientalisti, ma anche alcuni operatori turistici ed economici che considerano invece un vantaggio quello di fregiarsi del brand del Parco.

Secondo quanto appreso, anche l’assessore Di Matteo sta frenando sull’ipotesi di riperimetrazione proposta dai sindaci, ritenuta in alcune parti eccessiva e di difficile applicazione. Il Piano del Parco, una sorta di piano regolatore che comprende anche una strategia di sviluppo socio-economica, doveva essere approvato entro sei mesi dall’istituzione del Parco, nel 1989, e con esso i vincoli sarebbero stati molto più graduati, visto che il territorio viene suddiviso in 5 zone, a, b, c, d ed e, rendendo i vincoli più sostenibili e miti nelle aree urbanizzate e vocate all’agricoltura. Senza il Piano del Parco permangono invece in modo ‘provvisorio’, da quasi 30 anni, i divieti di assoluta inalterabilità dei luoghi, persino in centri abitati e zone agricole. Vincoli che con il tempo hanno accresciuto l’ostilità nei confronti del Parco da parte della popolazione e dei sindaci che ora premono per uscire dall’area protetta.

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