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Don Chisciotte, il discorso della… fine

Signore, sono Don Chisciotte. Perdonatemi se ho avuto l’ardire di sostituirmi all’arguta vedova che, forse, ho trattato molto male e non ho neppure ascoltato.

Caro il mio illustre Hidalgo, a casa non esistono formalizzazioni. Neppure ostruzionismi burocratici, come avviene quotidianamente nella tua magione. Veniamo al sodo, senza perdere tempo. Qual è la ragione che ti ha spinto a rivolgerti direttamente a me?

Signore, se non vi dispiace, avrei la necessità di confessare diversi peccati che non posso dire a nessuno, soltanto a voi. Vengo con il capo cosparso di cenere e con la corda al collo e chiederei tutta la vostra comprensione.

Caro Don Chisciotte, la cenere sul capo non la vedo e la corda al collo non è che una normale cravatta. Parla, non avere timore. Tutto ciò che mi dirai. Resterà ermeticamente chiuso nella tomba. Per evitare incomprensioni, ti preciso che mi riferisco alla tomba politica, non a quella funeraria.

Signore, forse ho osato troppo nell’imitare il Presidente Mattarella, ma è stato l’unico modo per evitare la conferenza stampa. Mi ci ero abituato. Era una specie di palcoscenico sul quale mi esibivo piacevolmente. A fine anno e, soprattutto, a fine mandato della durata di un decennio, sarebbe stato pericoloso esporsi a qualche pericolosa domanda, alla quale non avrei saputo rispondere.

Caro combattente, credo che tu voglia attribuire a questo nostro colloquio il senso di una particolare confessione. Il tono pacato e dimesso, in aperta antitesi ai tuoi spocchiosi atteggiamenti, mantenuti fino all’ultimo consiglio comunale e anche dopo, mi fanno tornare alla mente una particolare immagine, abilmente dipinta da un artista che questa città cacciò fuori dalle proprie mura perché nelle sue opere rappresentava la realtà e la verità: Teofilo Patini. L’opera l’avrai certamente ammirata: Pancia e Cuore, dove io sarei il cuore e tu la pancia. Detto questo procediamo.

Signore, nel discorso di fine anno non ho detto tutta la verità agli aquilani, alle popolazioni del contado e del cratere. A volo d’uccello ho raccontato quelle quattro cose che sono state realizzate, attribuendomene ogni merito. Ho sbagliato Signore? Ditemi la verità.

Caro Don Chisciotte, non hai sbagliato affatto. Anzi, sei stato molto abile nell’aggirare l’ostacolo. Vorrei spiegarti meglio il concetto. Hai scelto di dire, per sommi capi, soltanto “quelle quattro cose” positive e hai fatto benissimo, impiegando circa trenta minuti. Immagina, se avessi sbagliato indirizzo, se ti fossi messo a parlare dei progetti e dei programmi che hai sbandierato per dieci anni, di cui non hai realizzato quasi nulla? Ci sarebbero voluti almeno trenta giorni. Mi compiaccio con te.

Signore, non siate duro anche voi. Concedetemi almeno le attenuanti generiche del terremoto.

Carissimo, ti ho concesso ancora di più. Ho cercato di utilizzare la povera vedova per aprirti gli occhi, per non farti imboccare strade sbagliate. Il risultato? Hai fatto finta di ascoltare quella povera donna e ti sei andato a ficcare di peso nella trappola che ti avevano teso compagni e avversari.

Signore, almeno marginalmente, mi dovreste dare atto che non ho detto soltanto bugie.

Caro Don Chisciotte, è vero. Posso spezzare una lancia in tuo favore. Nel corso della trasmissione, ormai di dominio pubblico, non la puoi modificare o interpretare diversamente, hai solennemente affermato che, dopo Berlusconi, con i governi Monti e Letta, non sei riuscito a tirare fuori un ragno dal buco. Quindi, implicitamente, hai detto che almeno fino a qualche mese fa sei andato avanti, e di corsa, nella ricostruzione con i fondi assegnati dall’ex Cavaliere. Bravo. Onore a te per la sincerità.

Signore, comunque sia, con molta umiltà, devo dirti che sono rimasto alquanto deluso. Nelle mie battaglie non ho trovato un compagno di riguardo che mi abbia sostenuto.

Caro Hidalgo, è vero quello che dici. Infatti, hai tentato di restituire la Fascia Tricolore a Napolitano e non l’ha voluta ricevere. Hai chiesto sostegno finanziario a Monti e non ti ha neppure ascoltato. Hai bussato a quattrini alla porta di Letta e non ti ha aperto. Vedi, la tua situazione Plauto la definì alla perfezione con cinque parole “Venare leporem, nunc ictim tenes”. Nella lingua corrente si traduce così “Vai a caccia di una lepre e trovi uno (spinoso) riccio”. Ti è chiaro il concetto?

Signore, più chiaro di così si muore. Comunque, il sogno di realizzare una grande città l’ho quasi realizzato. Ho gettato le basi per la costruzione di una grande città che potrebbe essere collocata al settantesimo posto in Europa.

Caro Don Chisciotte, non ti smentisci mai. Sogni ancora ad occhi aperti. Non dar retta a sogni. Ti ricordo una bella affermazione di una nostra vecchia conoscenza, Fedro, che, in merito ai sogni si espresse in questo modo: “Carbonem pro thesauro invenimus”. Sai cosa vuol dire in parole povere: “Invece del tesoro sognato, trovò carboni”. Normalmente questo detto si applica a chi credendo di aver fatto una preziosa scoperta, si trova tra le mani una cosetta da poco.

Signore, porterò L’Aquila ad avere 150 mila abitanti. L’ho previsto anche nel Piano Regolatore.

Signore Hidalgo, sarà bene che torni con i piedi per terra. Siamo appena 60mila abitanti. Lo hai detto tu nel discorso di fine anno: “44 mila sono già rientrati nelle proprie case e 16 mila sono ancora in attesa di rientrare”. Quanti sono? Gli altri 90 mila dove andrai a prenderli? Forse nei centri di accoglienza dei profughi? In questa città non vuole venire nessuno. Le strade sono dissestate. Gli incentivi per insediamenti produttivi non esistono. La disoccupazione giovanile è ai livelli massimi. Il tenore di vita della città ci colloca nei bassifondi della classifica nazionale. Gli aerei non decollano. Non funzionano neppure le rottamazioni. Con quali elementi pensi di realizzare una delle più belle città europee? Dimenticavo. In mancanza d’altro, i sogni possono essere realizzati con la carta pesta.