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Il Natale a Cabbia tra passato e presente

di Nando Giammarini

Non ricordo più quante volte – nel rievocare episodi, ambienti e personaggi che fanno parte della mia esistenza, in relazione  a quel paesello che tanta parte ha nella mia vita ed in quella della mia famiglia e dei miei amici – mi sono trovato nella necessità di parlare delle cose belle del passato ormai scomparse.

Esse sono state assorbite dal turbinoso andare  di un progresso tecnologico  sempre più galoppante che non conosce ne umanità ne affetti ma la ferrea logica consumistica,  dove una persona modesta, come dire dal semplice sentire e dalle umili origini, non riesce a ritrovare se stessa. Purtroppo dominati dall’andamento imperante dei tempi si finisce per non stupirsi più di nulla accettando con filosofica indifferenza qualsiasi cosa ci proponga  il veloce scorrere del tempo nelle sue tante espressioni. Si soffocano e si dimenticano, in questo mondo fatto di indifferenza per cui non ti conosci neanche con il vicino della porta accanto, i valori cardine alla base di  ogni elementare forma di pacifica e serena convivenza civile. Abbandoniamo queste considerazioni di carattere generale che, con l’avvicinarsi del Natale, tornano in mente come a volerci ricordare le origini e torniamo tra i nostri amati monti ove la coltre bianca in questo periodo, sebbene creasse notevoli problemi di viabilità, raggiungeva mezzo metro dando la sensazione di un paesaggio da favola.  Incantato. Fino all’età di dieci anni, allorchè mi trasferì a Roma, questo spettacolo della natura è rimasto assolutamente unico nella mia mente  e mai avrei immaginato potesse segnare in modo così indelebile la mia esistenza. Dal 23 dicembre quando si chiudevano le scuole tutti eravamo nella massima allegria – indubbiamente a causa dell’incoscienza dell’età e, sebbene non avessimo tutti i conforts di oggi in quanto le case non erano sufficientemente  riscaldate, entravano spifferi da tutte le parti e le   misere scarpe , talvolta anche rotte, ci facevano bagnare e  gelare i piedi nonostante le calze di lana pesante fatte  a mano dalle nostre mamme- ed aspettavamo con ansia il Natale. Come in tutte le cose la fase più bella era rappresentata dall’attesa e dai preparativi  dalla vigilia poichè il giorno di Natale volava via in tutta fretta.

La grande costumanza Cabbiese era quella del fuoco del Bambino che la tradizione vuole serva a riscaldare il Bambinello appena nato. Negli anni in cui il tempo era più inclemente e c’era la neve i nostri genitori la mattina del 24 – dopo aver accudito le bestie nelle stalle ed averle portate ad abbeverare alla fonte – arrivavano in piazza armati di badili e scope di “zirella*” fatte a mano la toglievano nella parte centrale ove poter accendere il fuoco. Per tutto il pomeriggio iniziava quasi un pellegrinaggio, chi portava un ciocco, chi una fascina, chi degli spini secchi, chi un sacco di pigne raccolte nella bella stagione e facilmente incendiabili in quanto contenevano dei residui di resina. Dopo il cenone – in realtà si trattava di un pasto frugale – della vigilia in cui l’unica volta nel corso dell’anno riuscivamo a mangiare delle frittelle ed  un arancia o un mandarino,  prima della messa di mezzanotte si accendeva il fuoco. Tutti intorno a riscaldarsi e dialogare in un’atmosfera familiare mentre noi bambini di allora giravamo per i vicoli del paese  con delle trocce* in mano accese che splendevano al chiarore della neve. Si arrivava così alla messa di mezza notte officiata dall’allora parroco del paese Don Andrea Durantini,  che tutti noi ricordiamo con affetto e commozione ed a cui va il nostro ringraziamento alla memoria per il bene profuso alla causa di Cabbia, dopo la funzione religiosa faceva cantare la Pastorella: un componimento poetico ad alto contenuto religioso, un inno al Redentore,  che veniva cantato in strofe alternate tra uomini e donne. Terminato il canto si usciva dalla chiesa e tutti di nuovo accanto al fuoco  talvolta fino alle ore piccole.  Quest’anno, a differenza dei recenti anni, la situazione è notevolmente cambiata a causa del tragico evento sisma che ha interessata l’area amatriciana, accumolese, umbra marchigiana e part della nostra abruzzese. Le chiese anche quelle agibili sono ancora chiuse – poiché vige il divieto di assemblamento giustamente emanato dal Sindaco, Commissario della P.C quindi responsabile della pubblica incolumità – a causa delle continue scosse. La gente impaurita sicuramente non tornerà, del resto anche nei trascorsi fine settimana e nel lungo ponte dell’Immacolata non c’era nessuno.

Cabbia, chiusa nella sua solitudine serena, aveva un aspetto spettrale.  Neanche una macchina in piazza. Nonostante ciò le poche famiglie residenti hanno trovata la forza di dare un pizzico di vita, di calore e di colore al paese montando le luci intermittenti sugli usci di casa e nei balconi. Speriamo di riuscire ad accendere il Fuoco del Bambino anche di dimensioni ridotte per mantenere inalterata la nostra secolare tradizione. Un Natale diverso quello di quest’anno al di fuori di una logica materialistica fatta di sgargianti regali, addobbi alla grande ed alle prese con drammatico problema terremoto. Poi l’altro evento luttuoso che ha interessato la giovane ragazza nostra conterranea sulmonese, Fabrizia Di Lorenzo, getta una scia di tristezza su questo Natale. Non si è in clima festoso se scorre sangue innocente sulle strade delle grandi metropoli europee. Doveroso rivolgere i migliori auguri per un buon Natale e felice anno nuovo al direttore, ai giornalisti, ai lettori di questo strumento di cultura e d’informazione della terra abruzzese. Ai genitori della povera ragazza esprimo, da genitore, sentimenti di vicinanza e cordoglio per la drammatica scomparsa. Analogo sentimento di solidarietà umana rivolgo a tutta la gente terremotata in particolare a coloro che hanno avuto delle perdite di persone care per i quali il Natale non sarà mai più lo stesso.
1. Le “zirelle” in dialetto Cabbiese sono i rami delle ginestre marine quelle che fanno i fiori gialli, essendo fortemente ramificate una volta assemblate e legate con il ferro intorno ad un bastone erano delle ottime scope e venivano utilizzate per pulire.
2. Le “trocce” erano delle cortecce di ciliegio avvolte su un bastone di legno che una volta accese illuminavano la notte risplendendo al chiarore della neve.

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