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Indagata la Pm Picardi per omissione atti d’ufficio

Avrebbe ascoltato e, dunque, conosciuto una notizia di reato senza darvi seguito, cioè perseguirla e accertarla. E’ questa l’ipotesi investigativa, riportata dal quotidiano online Primadanoi, che la procura di Campobasso sta approfondendo a carico del pm aquilano, Antonietta Picardi, che finisce nel vortice delle querele senza sconti per nessuno di Alessandro Maiorano, noto alle cronache per aver denunciato anche il premier Matteo Renzi ed avere diversi contenziosi con il fidanzato della senatrice Stefania Pezzopane, Simone Coccia Colaiuta.

Maiorano incrocia l’Abruzzo nel 2014 quando su Facebook ingaggia un serrato botta e risposta senza freni con Coccia Colaiuta. I due finiscono tra le offese ed il turpiloquio e ne nascono denunce per diffamazione.

Erano i mesi in cui nella nostra regione infuriavano le polemiche pruriginose di presunti ricatti a luci rosse ai danni dell’ex presidente Gianni Chiodi, alla vigilia della campagna elettorale per le regionali, e della senatrice Pezzopane.

La procura di L’Aquila nell’ambito di quella inchiesta decise di mettere sotto controllo anche il telefono del fidanzato della senatrice e del suo agente, Ivan Giampietro, proprio nel momento in cui c’è lo scontro con Maiorano su Facebook.

In un rapporto della Digos aquilana del 19 febbraio 2015 si riportano le intercettazioni che sarebbero il fulcro sia delle successive accuse a Coccia Colaiuta, rinviato a giudizio per tentata truffa, e sia per il pm Picardi che indagava.

Giampietro spiega a Coccia Colaiuta che «loro potrebbero sfruttare questa cosa denunciando a loro volta Maiorano per violazione della legge sulla privacy e per danno d’immagine». Simone Coccia gli dice di averlo già denunciato ma Ivan gli suggerisce di agire anche sul danno d’immagine. «Perché lui scrive “al tuo agente”», dice Ivan nella telefonata, «al tuo manager e ufficialmente tu puoi querelarlo a seguito di questa cosa, cioè che hai perso un lavoro. ‘Dovevo essere testimonial del sito della mia agenzia, dovevo percepì 20mila euro e adesso mi hanno… a causa di questa segnalazione non lo posso fare più’».

Sempre Simone: «Questa è una storia che mi devo inventà io praticamente…». Ivan lo incalza dicendo che lui preparerà una bozza di contratto, così hanno nei confronti di Maiorano «un’altra arma per chiedergli i danni», perché lui chiamando la sua agenzia gli ha «levato un lavoro di 20mila euro quindi ti cito per danni per 20mila euro». A questo punto Ivan dice a Simone di parlarne con il suo avvocato. La questione è studiata nei minimi termini. Nelle telefonate successive Simone chiede ulteriori chiarimenti ad Ivan che gli suggerisce di dire all’avvocato che la sua agenzia voleva metterlo «nelle prima pagina come immagine principale», ma a seguito della telefonata di Maiorano non lo vuole più.

Insomma sembra di capire che i due stessero studiando una versione concordata per fare causa traendo in inganno la magistratura e per ottenere un risarcimento di un danno che in realtà non ci sarebbe stato.

Questo sembra emergere dalla intercettazione, una interpretazione che ha dato anche un altro pm aquilano, Stefano Gallo, che ha chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio per l’attore ed il suo manager per tentata truffa sulla base delle stesse intercettazioni. Ma perchè a rinviare a giudizio è un altro pm de L’Aquila?

Come detto le intercettazioni sono state autorizzate nell’ambito del procedimento della Picardi e conosciute da Maiorano solo in seguito e incidentalmente.

Una volta letto il rapporto della Digos insieme al suo avvocato, Carlo Taormina, Maiorano si è chiesto per quale ragione in presenza di tale conversazione e di una notizia di reato (la preparazione di una truffa) il pm procedente non si fosse attivato.

Così è partita l’ennesima denuncia, questa volta contro il pm aquilano, presentata alla procura di Campobasso. La tesi della denuncia è chiara: il pm Picardi avrebbe dovuto aprire un nuovo fascicolo con nuova notizia di reato a carico di Coccia e Giampietro e accertarla autorizzando altre indagini.

Cosa che non sarebbe stata fatta dal sostituto procuratore che ora dovrà difendersi.