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Uno scatto per testimoniare la storia

unnamed-4di Antonietta Centofanti
Il 7 dicembre sarà a Londra, per una prestigiosa competizione che lo vede in finale: il Rory Peck Award. Ma è stato finalista anche al Dig Award, ex premio Ilaria Alpi che ha valicato i confini nazionali con nuova denominazione. Seguono The Webby Word, One Word Media, Online Media Award e infine il British Media Word dove si è classificato al secondo posto. Fa il fotoreporter. Si chiama Marco Salustro, aquilano, freelance, da anni in giro per il mondo con un’arma che non “tira” ma “prende”.
Il fotogiornalismo non è un genere, non è una tecnica, non è neppure un vero e proprio mestiere. È piuttosto una condizione esistenziale: per le implicazioni che sottende, per le emozioni che congela o fa esplodere, per le responsabilità che implica.

foto di guerra marco salustro

“I fotogiornalisti – ci dice Salustro – toccano con mano il conflitto straziante fra il dovere della testimonianza e il rischio della propaganda. Ho scelto questa strada perché mi ha sempre attirato la storiografia del presente, gli eventi lì dove accadono. E la fotografia mi era più ‘prossima’. Nasce come esperienza amatoriale, poi il salto. Sono andato a bottega, ho lavorato come fotografo e stampatore e infine ho prodotto le mie prime storie, cercando di venderle”.
Gli scenari delle prime narrazioni vanno dalle moschee informali di Roma, ufficialmente associazioni culturali, in realtà luoghi fortemente ‘identitari’, dove tutti i venerdì i musulmani si riunivano per la preghiera comune, ai problemi di integrazione, alle storie di seconda generazione. 

foto di guerra marco salustro

Nel 2009 è in Amazzonia: quasi un anno tra i frati missionari e le popolazioni che vivono nella foresta, in villaggi costruiti su palafitte, sotto le quali scorre il fiume che diventa il Rio Grande. E reportage anche sul narcotraffico. Poi la Thailandia, al confine con la Birmania, in un lembo di terra attraversato da disperati, i profughi di etnia Karen che all’interno di una maxi discarica dividono la spazzatura dalla plastica, che poi rivendono. E con quella stessa spazzatura si costruiscono un riparo. Ma in quel luogo abbandonato da Dio c’è un ospedale, specializzato in protesi da mutilazioni da mine.
La macchina fotografica di Salustro racconta anche la ‘primavera araba’. Due giorni dopo la caduta del dittatore Ben Alì, appena riaperto lo spazio aereo, è in Tunisia. “L’aereo era pieno di tunisini che tornavano a casa per riprendersi il proprio paese. Un viaggio bellissimo: parole, canti di lotta e tanta speranza. La protesta era partita dai minatori del Sud, si era estesa tra la popolazione, stremata dalla miseria ed era poi approdata nelle città. I giovani si erano cucite le bocche con il filo, alcune minoranze facevano lo sciopero della fame. Dovunque c’era un grande fermento, una grande energia, che il fallimento della rivoluzione dei gelsomini e la povertà non sono riusciti ad azzerare”. 

foto di guerra marco salustro

E poi la volta della Libia, appena scoppiata la rivolta. “Sono potuto entrare a Tripoli con il visto, un vero colpo di fortuna. Eravamo controllati dalle forze di Gheddafi. Siamo stati arrestati, ma rilasciati poco dopo grazie all’intervento del Ministero degli Esteri. In Libia ci siamo trovati di fronte a situazioni di vera e propria propaganda, scenette costruire dal regime ad uno e consumo della stampa, sia quella internazionale che la stampa interna, come, ad esempio, finti funerali di finte vittime dei bombardamenti NATO. Erano gli ultimi momenti del regime, che emetteva l’estremo ruggito e la popolazione era terrorizzata”. Ancora più difficile l’esperienza a sud di Tripoli, con i ribelli. Quattro mesi sulle montagne, sotto i bombardamenti dei miliziani. “E poi – continua – di nuovo Tripoli, sotto bombe e cecchini: una carneficina tra ribelli e civili. Le moschee piene di cadaveri e la gente che ti dice che è tuo dovere fotografare, far vedere al mondo ciò che è successo. Vittime e carnefici. Un tutt’uno dove è normale uccidere, dove non c’è più pudore. Dove dei ragazzini cresciuti nel mito dei ribelli, poveri e disoccupati, all’alba diventano salvatori della patria e alla sera sono già morti”. E poi c’è la Libia dei centri di detenzione per migranti, gestiti dal governo. Luoghi dell’orrore di cui l’Europa è perfettamente a conoscenza. Marco li ha raccontati con un video girato con il cellulare. Lo stesso che verrà presentato a Londra il 7 dicembre. “In quei centri si entra solo con i permessi e guardi solo ciò che ti vogliono far vedere. Migliaia di persone detenute senza un processo e per tempi indefiniti. Sono merce in mano ai trafficanti e ai predatori del deserto. Si tratta per lo più di eritrei. E’ una odissea terrificante quella che ti raccontano, che si conclude, quando ‘va bene’ con i barconi. Perché quello che accade nei centri di raccolta va oltre l’indicibile. A molti migranti ho dato il numero del mio cellulare. In tre, una giovane coppia siriana e un ragazzo eritreo sono sbarcati a Lampedusa e mi hanno cercato”.
Il fotoreporter racconta anche delle guerre non-guerre, le guerre dentro le nazioni, dentro i popoli. Dove capire è difficile e schierarsi impossibile, dove il potere è tutto in mano ai signori della guerra; e le guerre sono fratricide. “Ma si può documentare, si deve raccontare, diventando, attraverso le immagini, un testimone oculare dei fatti del mondo. Alcune di quelle immagini sono entrate per sempre nell’immaginario collettivo del mondo occidentale, e in molti casi hanno contribuito anche a formare movimenti di opinione che hanno raggiunto scala mondiale. Per esempio, la fotografia scattata dall’americano James Natchwey, che testimonia la violenza di uno dei conflitti più cruenti degli ultimi decenni, il genocidio ruandese o quella di Robert Capa, la più iconica delle foto di guerra, che ritraeva il miliziano nell’istante in cui veniva colpito a morte. La foto fece subito il giro del mondo e, pubblicata su il giornale francese “Vu”, fece prendere coscienza al mondo intero di quello che stava succedendo nella Guerra Civile Spagnola. Per non parlare dei volti emaciati, gli sguardi persi, i famigerati vestiti a righe fotografati attraverso il filo spinato da Margareth Bourke-White durante la liberazione dei prigionieri ebrei dal campo di concentramento di Buchenwald e della fotografia simbolo del conflitto in Vietnam, scattata da Nik Ut: una bambina vietnamita di 9 anni, Kim Phuc, coperta di ustioni che corre disperata e completamente nuda dal proprio villaggio incendiato dal napalm”.
Chiediamo a Marco se è ancora possibile trovare un senso, per i fotoreporter, al loro “essere-lì”, un senso umano, una giustificazione. Ci risponde che è loro dovere andare a cercare la storia che non è stata ancora raccontata, non solo quella ad effetto. Che un evento storico si rappresenta solo componendo più elementi, mettendo insieme ciò che accade e le emozioni. “Non è poi così difficile – spiega – perché vivi con le persone che sono protagoniste di quella storia. Sei lì. Tu scegli una parte, la parte che vuoi documentare. La scelta politica è la storia che racconti”.