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Terremoti e appartenenza

di Silvio Sarta
Oggi anche i più distratti, i fatalisti a oltranza o, peggio ancora, i catastrofisti con il paraocchi, sono costretti ad incassare delle certezze quasi matematiche. La prima dimostra che la logica del nervosissimo sottosuolo dell’Appennino è diversa, anzi opposta, rispetto alle agende burocratiche dell’uomo, intrise di passettini incerti e pigri, votati all’opportunismo di questo e di quello, a seconda della direzione del vento. I terremoti sono tanti, ma assolutamente l’uno diverso dall’altro. Nel modo, nei tempi, nella percezione e nei comportamenti “ante e post”,  di uomini e donne.
Ne consegue la seconda certezza, scomoda e paurosa quanto a questo punto storica: viviamo un ciclo critico che si affaccia e distrugge a distanza di secoli. A L’Aquila e dintorni ha liberato energia cattiva trecento anni dopo l’ultima volta, altrove (Lazio, Marche e Umbria) ha costretto alla completa resa della polvere, anche tesori artistici che di anni ne avevano visti cinquecento, seicento, addirittura anche di più. Quindi o si entra, elaborata ( se e quando possibile ) la prima fase del terrore, in un assetto di consapevolezza guardinga ma non passiva, oppure si perisce, consegnando alle generazioni giovani un dolente analfabetismo di comportamento.
In questo quadro, mentre più a nord ai crolli non corrispondono i morti,  proprio perché in definitiva il territorio aquilano ha fatto da “cavia”,  per esempio per la (mai maledetta  abbastanza)  inettitudine prima della scossa mostruosa del 6 aprile; qui cadono le pietre già pericolanti e torna la paura.
La terza certezza è la peggiore, ed è perfettamente inutile cercare di allontanarla, rimuoverla o nasconderla sotto il classico tappeto. Sette anni dopo, un manuale umano di istruzioni non è stato scritto da nessuno. Se qualcuno ci prova la burocrazia interviene a gamba tesa. Se gli studenti, e poi in fila tutti gli altri, lamentano un disorientamento assoluto, la partita già improba di suo, della ricostruzione, è persa. Prima di qualsiasi ricostruzione è necessaria la “costruzione” di un sentimento di appartenenza, antico e moderno insieme, unico antidoto contro la paura e il conseguente desiderio di abbandonare il territorio.
E’ quello che il mostro sotto terra vuole, per avere finalmente campo libero.
Per primi lo stanno capendo i giovani.
Ascoltiamoli. Andiamo da loro. Restiamo qui. Con loro.