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Terremoto appenninico, magnitudo media e grandi danni

“Dal 2009 molta acqua è passata sotto i ponti. I vari terremoti che ci hanno colpito portano avanti sia la ricerca che il comportamento delle amministrazioni nei confronti degli eventi sismici. Per noi è un momento di studio, in poco tempo dobbiamo cogliere gli insegnamenti che il sisma ci dà. Ecco perché noi interveniamo immediatamente prima che comincino le operazioni di soccorso e messa in sicurezza poi che cancellano ogni prova scientifica”- lo afferma il professore di geologia e litologia dell’Università dell’Aquila Gianluca Ferrini, membro della Protezione civile. E’di ritorno dalle Marche, dai comuni del nuovo e ultimo terremoto che con quello di Amatrice ha sconvolto l’Italia centrale. Molto è cambiato dal 2009, quando il sisma dell’Aquila si portava via 309 vite, radeva al suolo un’intera città e tanti piccoli comuni. L’Aquila in qualche modo, in questi sette anni, ha segnato la storia, anche quella giudiziaria con il processo alla Grandi Rischi e quello a Bertolaso.
I terremoti di Lazio, Umbria e Marche ci hanno fatto capire che l’approccio è cambiato, lo si intuisce dalla relazione della commissione Grandi Rischi che si è riunita lo scorso 25 agosto, il giorno dopo il terremoto di Amatrice, e ha parlato di un “classico terremoto appenninico”.
“E’ la prima volta che viene utilizzato il termine “Tipico Appenninico”– sottolinea Ferrini – il terremoto come un prodotto locale. Questa espressione include una serie di fattori che vanno dalla dalla geologia, dalla sismica, all’urbanistica e quindi alla costruzione. Uno dei problemi che ha colpito Amatrice sta nel cosiddetto miglioramento antisismico. Le case avevano una caratteristica appenninica, ovvero sono state costruite con le rocce. Nel reatino sta venendo fuori una cosa molto interessante che porterà a una rivisitazione delle tecniche di ricostruzione. Una casa crolla e con quei resti, nel passato, è stata costruita di nuovo senza curarsi magari di ciò che c’era sotto. Pensate che un convento di suore, raso al suolo, aveva al di sotto delle sue fondamenta un castello”.
Le case non costruite a norma, collassano. L’Aquila lo sa bene. I muri mal collegati ai solai cadono, i solai schiacciano tutto. Tra le case di pietra dei comuni del reatino saltano all’occhio i tetti in cemento armato. [guarda il reportage: Viaggio nel cratere, uccisi dai tetti in cemento]
Una direttiva prevista dalla Regione Lazio dopo il terremoto dell’86 permise di costruire pesanti tetti sui muri preesistenti, inadatti a reggerne il peso. Questa normativa poi venne revocata, ma per i danni -oggi- non c’è rimedio: “Quanti tetti di cemento armato sono stati costruiti sui muri di pietra?” “Quanti tetti hanno ucciso?”
In caso di terremoto, infatti, il tetto in cemento armato oscilla in un blocco unico, gravando sulla struttura sottostante che, se fatta di sassi, finisce per non reggerne il peso. Anche nei comuni colpiti dagli ultimi eventi sismici, come all’Aquila, esplode la polemica sulla validità delle norme antisismiche del passato, indicate tra le cause dei danni prodotti dal terremoto.